feb 20 2010

Scontri a Rovereto contro il corteo della Fiamma. Arrestati 3 anarchici

Rovereto – Siamo accusati di “resistenza”: ebbene sì!
Un giornalista ha scritto che sabato a Rovereto c’era aria di carnevale, festa, coriandoli – ma purtroppo gli anarchici hanno rovinato tutto. Già, coriandoli, mascherine, shopping e una bella sfilata di neofascisti: questo doveva essere il pomeriggio roveretano del 13 febbraio.

Invece una trentina di compagni sono scesi in strada per non permettere ai fascisti di Fiamma Tricolore di marciare indisturbati. E certo per questi ultimi non sarebbe stato facile passare se non fossero stati accompagnati e difesi, come di consueto, dai loro protettori in divisa (il Battaglione di Laives dei carabinieri e il reparto Celere di Padova e Mestre, giunto dalla Valsusa…).

I giornalisti – che qualche tempo fa avevano fatto finta di indignarsi per i pestaggi compiuti dai militanti della Fiamma e per gli inneggiamenti a Hitler e a Mussolini contenuti nei loro siti – ora sottolineano che la manifestazione dei “giovani di destra” era autorizzata e che gli anarchici sono dei violenti. Noi avevamo promesso pubblicamente che i neofascisti non sarebbero mai più scesi in piazza senza problemi a Rovereto. Siamo gente di parola.

Carabinieri e polizia – contrariamente a quanto riportato dai giornali – hanno caricato a freddo, in modo premeditato, puntando sistematicamente alle teste (undici manifestanti sono poi finiti al Pronto Soccorso). Con i compagni ancora in strada, la versione on line de “L’Adige” parlava già di tre arresti (che puntualmente sono stati notificati quattro ore dopo). Fascisti-sbirri-giornalisti: tutto da copione. Il candidato sindaco della Fiamma a Rovereto (D’Eliseo) è l’ex comandante della caserma dei carabinieri. E infatti i suoi amici in uniforme si sono scatenati per bene.

L’ordine era partito dal ministero degli Interni: caricare qualunque contestazione alle commemorazioni delle “vittime delle foibe”. E così infatti è accaduto nei giorni scorsi in diverse città italiane.

Ora tre compagni – Poza, Jeppo e Ivan – sono nel carcere di Rovereto.

Quello della Fiamma era un appuntamento nazionale, con la presenza annunciata del segretario Romagnoli. Nonostante questo, i fascisti erano una sessantina, e hanno dovuto cambiare percorso per la presenza dei compagni.

Rivendichiamo a testa alta la determinazione di essere scesi in strada decisi, nonostante la sproporzione tra noi e le forze dell’ordine. I giovani che si sono difesi compatti con tutte le loro forze dalle cariche brutali degli sgherri sono un esempio di coraggio e di memoria viva dei partigiani che hanno combattuto il nazifascismo.

A chi dice che ci vogliono altri mezzi per contrastare il fascismo, rispondiamo: trovate i vostri, purché nessuno rimanga in silenzio.

Ai sinistri che hanno permesso che la falsificazione della “questione foibe” diventasse verità ufficiale, diciamo: vergogna! Non condannate il colonialismo italiano di ieri perché sostenete apertamente quello di oggi.

Contro il fascismo e chi lo protegge!

Jeppo, Ivan e Poza liberi subito!
anarchiche e anarchici

feb 14 2010

Intervista a John Zerzan: "bisogna distruggere l'apparato tecnologico"

Intervista effettuata dal periodico spagnolo Diagonal a John Zerzan fonte:http://diagonalperiodico.net/Hay-que-destruir-el-aparato.html
traduzione: Culmine

Mercoledì 10 febbraio 2010 – Numero 119

DIAGONAL: In una recente intervista hai detto che stanno venendo fuori delle posizioni che mettono efficacemente in discussione la modernità e il progresso. Qual è la tua opinione sul movimento della decrescita e sulla sua capacità di risposta alla crisi economica globale?
JOHN ZERZAN:
Un paio d’anni fa, a Barcellona, si è tenuta una discussione considerevole, in particolare da parte di gruppi francesi di questa tendenza. Alcuni aspiravano ad integrarsi nel gioco parlamentare, cosa che considero una cattiva idea e non so quale grado di radicalismo implica la loro proposta. Da un lato, alcuni dei loro concetti non vanno molto lontano, come le “città lente”, gli “slow-food” o l’idea di semplificazione. D’altro lato, non hanno una gran portata perché mancano della critica sulla totalità del fenomeno. Tutto il mondo va verso la direzione della crescita industriale fuori da ogni controllo: la Cina, l’India e molti altri paesi avanzano con una rapidità verso tale realtà. Read more »

feb 14 2010

Lavorare meno per lavorare tutti e vivere meglio (di Lucio Garofalo)

LAVORARE MENO PER LAVORARE TUTTI E VIVERE MEGLIO

Mi capita a volte di pensare a un paradosso universale, in quanto colpisce direttamente l’intera compagine umana. Mi riferisco ad un’assurda e insanabile contraddizione tra il crescente progresso tecnologico e scientifico avvenuto soprattutto negli ultimi decenni, che permetterebbe all’intero genere umano di vivere in condizioni decisamente migliori, e la realtà concreta che denota un sensibile peggioramento dello stato in cui versa gran parte dell’umanità, in particolare i produttori, cioè le classi lavoratrici salariate. Questa assurda incongruenza opprime anche i lavoratori che vivono nel mondo occidentale.

Ebbene, grazie alle più recenti e avanzate conquiste ottenute nel campo tecnico e scientifico, la nobile ed antica “utopia” dell’emancipazione dell’umanità dal bisogno di lavorare, inteso come prestazione di tempo alienato e mercificato, cioè sottoposto a condizioni di servitù e sfruttamento economico, è virtualmente realizzabile oggi di ieri.

Ciò significa che tale ipotesi sarebbe oggettivamente possibile e necessaria, ma nel contempo è impraticabile nel quadro dei rapporti giuridici ed economici vigenti, imperniati su leggi e strutture classiste insite nel modo di produzione capitalistico, che non a caso attraversa un periodo di grave crisi ideologica e sistemica di portata globale.

Pertanto, l’idea dell’affrancamento dell’umanità dallo sfruttamento e dall’alienazione che si verificano durante il tempo di lavoro, potrebbe dirsi prossima alla sua attuazione. Tuttavia, una simile meta non si potrebbe conseguire senza una rottura rivoluzionaria compiuta a livello planetario nel quadro del dominio capitalistico tuttora vigente. Mi riferisco esplicitamente all’abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi della produzione economica, che controlla e detiene l’alta borghesia industriale e finanziaria.

Così come gli antichi greci si occupavano liberamente e amabilmente di politica, filosofia, poesia e belle arti, godendo dei piaceri concessi dalla vita, essendo esonerati dal lavoro manuale svolto dagli schiavi, parimenti gli uomini e le donne del mondo odierno potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal tempo di lavoro assegnato alle macchine e condotto grazie ai processi di automazione ed informatizzazione della produzione dei beni di consumo.

Questo traguardo rivoluzionario è già raggiungibile, almeno in teoria, grazie alle enormi potenzialità “emancipatrici” ed “eversive” fornite dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto nel campo della robotica, della cibernetica e dell’informatica.

Lucio Garofalo

feb 05 2010

TERNI RIPUDIA LA LEGA

TERNI RIPUDIA LA LEGA

 

  

 

Si avvicinano le elezioni regionali ed ecco puntuali le provocazioni della Lega Nord, un partito che in questi ultimi anni è cresciuto in maniera preoccupante in Italia, spargendo a piene mani nella nostra società razzismo, odio e xenofobia: ricordiamo, solo per dare l’idea del tipo di gente di cui stiamo parlando, le “gesta” di Borghezio e dei suoi scagnozzi che al grido di “forza, andiamo a ripulire le puttane” salivano su treni Intercity alla ricerca di ragazze di colore su cui spruzzare del detergente per vetri; ricordiamo anche che nel 1976 lo stesso Borghezio -ancora oggi tra i personaggi di primo piano della Lega Nord- fermato dalle autorità a un valico di confine presso Ventimiglia, era stato trovato in possesso di una cartolina firmata “Ordine Nuovo” ed indirizzata “al bastardo Luciano Violante” (magistrato allora impegnato in inchieste contro l’eversione di matrice neofascista). Il testo del messaggio, accompagnato da alcune svastiche e da un “Viva Hitler”, era il seguente: “1, 10, 100, 1000 Occorsio”. Vittorio Occorsio, anch’egli giudice protagonista della lotta contro il terrorismo nero, era stato ucciso appena due giorni prima in un agguato; ricordiamo le “gesta” dell’ex sindaco leghista di Rovato, Roberto Manenti, condannato a 6 anni e 8 mesi di carcere per violenza sessuale di gruppo su una 19enne prostituta romena; ricordiamo le parole dell’ex vicesindaco leghista di Treviso, Giancarlo Gentilini, che dal palco della festa dei popoli di Venezia dichiarava: “voglio eliminare tutti i bambini rom, che vanno a rubare agli anziani”; ricordiamo anche che il leader del carroccio, Umberto Bossi, che meno di due anni fa minacciava “prenderemo i fucili, se necessario, contro la canaglia romana” è stato condannato a 8 mesi definitivi per finanziamento illecito (maxitangente Enimont)… potremmo continuare…

E’ questa la gente che oggi, guidata dal trasformista Gianluca Procaccini (candidato a sindaco di Terni con il partito La Destra alle ultime elezioni, proveniente dal neofascista MSI ed oggi esponente ternano della Lega Nord) e da Gianluca Cannas (coordinatore provinciale del Movimento Giovani Padani), sta tentando di diffondere i sentimenti leghisti di odio e di razzismo nella nostra città. Ma Terni è una città civile, operaia, antifascista, che ha saputo integrarsi e convivere nel rispetto reciproco con le comunità di immigrati che la vivono; è una città che non capisce ed orgogliosamente ripudia il linguaggio e le azioni razziste della Lega Nord. E’ per questo che a Procaccini e ai suoi scagnozzi non rimane che una sola arma per raccogliere qualche voto alle prossime elezioni: la provocazione. E’ così che questi individui, nel tentativo di far notizia, hanno organizzato, la sera di giovedì 28 gennaio, un presidio contro la prostituzione nel piazzale antistante lo stadio “Libero Liberati”. Ma i cittadini ternani non possono tollerare presidi razzisti nella propria città: ed ecco così che i 7-8 leghisti partecipanti al presidio (il numero è indice dello stato di isolamento in cui tali soggetti operano) hanno trovato ad attenderli oltre settanta cittadini ternani, che in poche ore hanno organizzato un contro-presidio antirazzista.

E’ questa la reazione di una città che ha ben chiaro che la martellante campagna mediatica messa in atto da questo governo razzista vuole rivolgere la rabbia dei cittadini, privati del lavoro a causa di un sistema capitalistico che impone la precarietà, verso gli immigrati, fomentando una guerra tra poveri; è questa la reazione di una città che ha ben chiaro che il fenomeno della prostituzione non si combatte con i presidi che hanno il solo scopo di cacciare le prostitute, vittime dello sfruttamento malavitoso, potere forte oggi in Italia, contro cui i leghisti non hanno mai organizzato un presidio perché loro interesse è solo quello di cavalcare l’odio verso l’immigrato e la paura del diverso. Sono questi sentimenti che la Lega sta fomentando, ma che non troveranno spazio nella nostra città!

E’ di fronte al fallimento del loro presidio che i leghisti, ripudiati da una città che non li vuole e che li vede come una minaccia alla convivenza pacifica finora vissuta con gli immigrati, decidono di abbandonare il piazzale antistante lo stadio, coperti dagli insulti che meritano. Ma la sete di voti di tali soggetti è tale che decidono di recarsi ai giornali e denunciare aggressioni mai avvenute, nell’estremo tentativo di raccogliere le simpatie di qualche sprovveduto elettore: ed è così che sui giornali locali del 31 gennaio Gianluca Cannas parla di una vera e propria aggressione “a spintoni, schiaffi e calci” che avrebbe anche portato al “danneggiamento di alcune autovetture”. “Giovani Padani aggrediti e cacciati via dal sit-in” titolava La Nazione, che parlava di “veri e propri atti di violenza”; “Tafferugli ai mercati generali” titolava invece il Corriere dell’Umbria, che parlava inoltre di “un tuffo improvviso e inaspettato nell’atmosfera cupa degli anni ‘70”, ma a noi  questi razzisti sedicenti padani ricordano più la plumbea atmosfera del ventennio e delle fasciste leggi razziali del 1938.

E’ importante ribadire che tutto ciò è falso: i fatti si commentano da soli. Immaginate 7-8 persone aggredite “a spintoni, schiaffi e calci” con “veri e propri atti di violenza” da oltre settanta “violenti” che si sarebbero prodotti in “tafferugli” e nel “danneggiamento di alcune autovetture”? Considerando che i “Giovani” Padani (solo 3 avranno avuto 30 anni, gli altri erano o vicini o ben oltre la pensione…) sono rimasti sul posto per oltre un’ora, avrebbero dovuto riportare ferite spaventose!!! Come mai, invece, non è intervenuta sul posto nemmeno un’ambulanza? Dove sono i referti medici che documentano questa “aggressione ad opera di oltre settanta violenti”?

Un ulteriore caso di vigliaccheria di quelli che sono forti con i deboli e fanno i deboli con i forti, di quei razzisti che vista la risposta della città, da “celoduristi” ora squittiscono e fanno le vittime. D’altronde, a chi non ha argomenti, non resta altro da fare. Grave è che la stampa locale si pieghi a questo gioco, fatto sulla pelle dei migranti  e degli “ultimi del mondo”.                     

 Gli Antifascisti Ternani

feb 02 2010

La vendetta del potere contro Alfredo Bonanno

Compagne e compagni,

all’interno di un clima di quotidiane azioni anarchiche e di repressione brutale contro ogni aspetto delle nostre vite, mi prendo la libertà di informarvi su due sviluppi importanti riguardo la detenzione di Alfredo Bonanno.

Come già sapete, Alfredo Bonanno e Christos Stratigopolous sono stati trasferiti nella prigione di Korydallos il giorno precedente all’internamento dell’assassino Korkonea nella prigione di Amfissa.

In quest’ultima città, la farmacia ha rifiutato di consegnare ad Alfredo i medicinali contro il diabete e il dolore acuto alla spalla dovuto ad un tumore diagnosticato dal centro di salute di Amfissa.

In seguito alle pressioni esercitate dai compagni, un dottore mandato dall’ambasciate italiana ha visitato Alfredo in prigione e confermato la gravità del suo stato di salute.

Vorrei anche informarvi che gli investigatori di Trikala stanno decidendo sulla richiesta del rilascio di Alfredo.

Considerando le nuove misure detentive decise dal ministro della giustizia e tenendo conto dell’età avanzata di Alfredo (73 anni), delle sue precarie condizioni di salute e della relativa leggerezza dell’accusa a sua carico (visto che Christos ha assunto piena responsabilità della rapina a mano armata), risulta chiaro come la prolungata detenzione di Alfredo sia un esempio di vendetta politica.

Alfredo Bonanno è un compagno anarchico rivoluzionario e autore di numerosi scritti. Questo è il motivo per cui è ancora rinchiuso: se non si trattasse di lui, sarebbe già stato rilasciato in attesa del processo.

Ma noi, che consideriamo la solidarietà come la nostra arma e che saremo dinamite in ogni rivolta, non intendiamo abbandonare il nostro compagno. Chiediamo l’immediato rilascio di Alfredo.

Libertà subito per Alfredo Bonanno.

Eva Tziutzia

P.S. Il testo che segue è un fax mandato al ministro greco della giustizia e dei diritti umani, all’ambasciata italiana ad Atene e alla stampa.

Vogliamo denunciare la detenzione abusiva ed illegale di Alfredo Maria Bonanno all’interno della prigione ateniese di Korydallos, in condizioni inaccettabili. La politica vendicativa dello Stato punta all’annientamento fisico e psicologico del compagno settantatreenne, che soffre gravi problemi si salute. Alfredo Bonanno è un anarchico coinvolto da decenni nel movimento, attivo nella resistenza contro la dittatura dei colonnelli in Grecia (1967-1974) e scrittore ed editore di numerosi scritti.

Chiediamo l’immediato rilascio di Alfredo Maria Bonanno.

Solidarietà attiva ad Alfredo

Tradotto dall’inglese

Fonte: angrynewsfromaroundtheworld/blogspot.com

feb 02 2010

NONA UDIENZA BRUSHWOOD

NONA UDIENZA BRUSHWOOD
 
 
 
Anche questa mattina una udienza molto veloce. Sono stati sentiti 15 testimoni della difesa. In particolare gli avvocati di Dinucci hanno convocato gli esperti di Roma che hanno effettuato le perizie calligrafiche e biologiche sulle presunte rivendicazioni COOP-FAI dell’incendio ad un cantiere edile e della lettera con proiettili inviata alla Presidente umbra Lorenzetti. I quattro testi – che la Procura ha omesso di ascoltare – hanno confermato che non sono state trovate tracce biologiche sulle rivendicazioni. E’ stata invece trovata, in un caso, una impronta digitale all’interno della busta. Risultato: non appartiene a nessuno degli imputati! Inoltre, hanno confermato le donne interrogate dai legali di Andrea, è stata fatta una comparazione con la segretaria del giornale che ha aperto la missiva; questo significa che non è possibile che quelle impronte le abbia lasciate lei.
Il PM Comodi si è semplicemente limitata a chiedere se la comparazione sia stata fatta anche nei confronti della molteplicità di impiegati postali che possono aver toccato la lettera. Ovviamente la risposta era negativa, quindi relativamente a favore dell’Accusa, ma ci pare assurdo che un postino possa toccare l’interno di una busta chiusa.
Quattro testimoni sono stati ascoltati anche dalla difesa di Fabiani. La loro testimonianza, come quella di due settimane fa del sindacalista della RdB Magrini, è andata a confermare l’alibi di Michele per l’episodio che lo vede imputato come presunto autore dell’incendio dell’Ecomostro di via della Posterna. Due in particolare hanno fornito un quadro molto dettagliato a favore di Michele: il primo, Maurizio Getti, non poteva non ricordare quella data, poiché il 24 luglio era il suo compleanno che ha festeggiato in compagnia di Michele e di altre persone, alcuni di questi citati infatti dalla difesa, mentre il 27 luglio è morto suo padre, quindi non poteva non ricordare quella notte come l’ultima veramente felice prima di quel lutto; l’altro, Carlo Romagnoli, era colui che presiedeva il dibattito ambientalista nel quale Michele era ospite, quindi non poteva essere andato ad incendiare alcunché.
La prossima udienza è fissata per il 30 marzo. La Corte proverà ad esaurire i testimoni della difesa, che però sono ancora molti, oltre quaranta. Un’altra udienza infatti è già stata fissata per il 20 aprile.
 
 
 
 
COMITATO 23 OTTOBRE
 
 
2 febbraio 2010

gen 29 2010

IL BERLUSCONISMO. Per un'analisi pedagogica e di filosofia del linguaggio (di Michele Fabiani)

IL BERLUSCONISMO
PER UN’ANALISI PEDAGOGICA E DI FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO

(a cura di Michele Fabiani)

Questo articolo è tratto dalla rivista trimestrale

Il Seme Anarchico, periodico di pensiero anarchico

Anno 31, numero 18, gennaio 2010

Per contattare la redazione (per abbonamenti, richieste copie, vecchi numeri, complimenti, insulti, curiosità, contributi, ecc):

Guido Durante ,  Antonietta Catale
CP 233   15121   Alessandria
semeliberoa@yahoo.it

Una copia 2 euro, abbonamento annuale 12 euro

Che cos’è il berlusconismo? Bella domanda. E’ un regime? E se si, che tipo di regime? E’ una dittatura? E se si, che tipo di dittatura? Ad esempio durante il fascismo se avessi scritto questo articolo sarei stato come minimo mandato al confino, fino al rischio di perdere la vita, mentre ora lo posso pubblicare. Questo significa che il berlusconismo non è una dittatura? Eppure io in carcere ci sono finito per le mie idee e i miei articoli, magari non 20 anni ma solo uno, ma comunque ci sono finito. Eppure in carcere ogni anno muoiono centinaia di persone impiccate, massacrate, suicidate…magari non 6 milioni (come le vittime dell’olocausto), ma comunque ci sono. Se poi vogliamo complicare il quadro possiamo dire che, ad essere precisi, quando sono stato arrestato il simbolo del regime (cioè Berlusconi) era formalmente all’opposizione. In quegli anni in cui il regime berlusconiano continuava ad esistere (ovvero continuava la sua opera di potere e la sua azione pedagogica e di filosofia del linguaggio), ma il suo simbolo non era al governo, continuavano a crepare nei cantieri gli operai, continuavano ad essere arrestati gli oppositori, continuavano ad essere perseguitati gli stranieri, ecc.

Insomma abbiamo un problema di definizione. Come definire un regime che ti arresta, ti uccide, ti sfrutta, ma allo stesso tempo lo fa nel contesto di una relativa (pur nei limiti ben definiti) libertà di espressione, di un relativo (molto relativo) benessere sociale? Come definire un regime in cui il simbolo del regime non sempre governa, a volte è in guerra con altri apparati del potere come la magistratura, rischia di essere condannato, a volte viene cacciato, ma comunque continua a modificare in maniera evidente milioni di coscienze con la TV, con il suo linguaggio e con la sua pedagogia? Insomma, dicevamo, abbiamo un problema di definizione.

IL LINGUAGGIO BERLUSCONIANO
Quando penso alla relazione fra berlusconismo e filosofia del linguaggio, mi vengono in mente tre grandi scrittori: Benjamin, Orwell e Kafka.
La filosofia del linguaggio dell’enigmatico ebreo e agnostico e anarchico e rivoluzionario e messianico e materialista e idealista e incredibilmente coerente Walter Benjamin è così riassumibile: la contrapposizione fra la concezione borghese della lingua e la concezione magico-rivoluzionaria della lingua. La concezione borghese della lingua è secondo Benjamin strumentale, le parole sono usate come etichette per designare le cose, tradurre qualcosa significa sostituire l’etichetta di una lingua con l’etichetta di un’altra per designare la stessa cosa, le parole sono stuprate, modificate, strumentalizzate, sottomesse alla volontà del potere. In questo contesto vengono inserite tutte le filosofie del linguaggio moderne e contemporanee, compreso il funzionalismo e il materialismo. La concezione magioco-rivoluzionaria della lingua al contrario è autentica, le parole non vengono separate dal loro contenuto spirituale, ogni parola è unica e insostituibile, in ogni traduzione viene perso qualcosa, in ogni sottomissione della parola vi è un atto reazionario e violento, la traduzione è un gesto allo stesso tempo rivoluzionario e messianico, le lingue convergono verso la fine della storia, verso la sovversione della storia dei vincitori, verso il grande Sabato, la Rivoluzione, la grande festa in cui le parole dei perdenti, di coloro che non hanno potuto scrivere la storia, con le loro lingue schiacciate dagli imperi che li hanno colonizzati, le parole dimenticate, stuprate, strumentalizzate dal potere cominceranno a ballare e verranno redente: la storia verrà sovvertita e verrà riscritta con le parole dei deboli e degli sconfitti.
Come non vedere nel pensiero di questo filosofo morto sucida oltre sessanta anni fa, mentre cercava di fuggire in Spagna dai Nazisti che stavano conquistando la Francia in quei giorni, come non vedere nelle sue parole un’incredibile anticipazione dell’analisi del moderno linguaggio occidentale e berlusconiano? Il contenuto spirituale, per dirla con le parole di Benjamin, della parola “guerra” è evidentemente diverso dal contenuto spirituale della parola “missione di pace”, il contenuto spirituale della parola “inceneritore” viene dissimulato dal contenuto spirituale della parola “termovalorizzatore” ed altri centinai di esempi si potrebbero fare. A partire dal nome del Partito di Berlusconi, il Popolo della Libertà, che in realtà non ha nulla a che fare con gli interessi del popolo e con il valore della Libertà.
Questa strumentalizzazione della parola, in Italia è molto più forte che nel resto del mondo. Ad esempio la NATO e gli USA hanno coniato parole come “guerra umanitaria”, “bombe intelligenti”, “forze del bene”, “esercito della libertà”, ma parole come “missione di pace”, o “termovalorizzatore” esistono solo nella lingua italiana: non solo Bush, ma anche Obama non ha mai avuto alcun problema parlare di “guerra in Afganistan”, mentre in Italia la destra come la sinistra la chiama “missione di pace” e le poche forze pacifiste nei loro programmi elettorali parlano di ritiro da tutte le “missioni militari in teatri di guerra” dimostrando di essere ormai assuefatti alla sostituzione linguistica di parole come “esercito” (per quanto sia “l’esercito del bene” di Bush) con parole come “missione” o di concetti come la guerra (combattuta dallo Stato italiano) e i semplici teatri di guerra (in cui lo Stato italiano pare quasi si trovi per caso e gli si chiede un semplice ritiro).
Come mai la situazione italiana è così compromessa da un punto di vista linguistico? Chi ha condotto tale magica modificazione a cui ormai tutti noi nella nostra quotidianità aderiamo senza nemmeno accorgercene? Il berlusconismo è quindi riuscito a modificare il linguaggio e quindi la cultura di milioni di persone, in un rapporto, quello fra linguaggio e cultura politica della gente, che somiglia a quello che ci propone il romanzo di Orwell 1984. Berlusconi in primo luogo ha fondato un gruppo televisivo potente e, negli anni ’80 e nei primi anni ’90 del secolo scorso, per 15 anni lo ha messo sotterraneamente a disposizione di un progetto di cambio culturale del paese che usciva dalle rivolte anche armate degli anni ’70 e andava verso una spedita “borghesizzazione” della cultura. In secondo luogo, di fronte alla crisi della classe politica dell’epoca, si è proposto egli stesso come uomo politico e con il suo linguaggio potente e populista ha riempito in pochi mesi un vuoto di potere enorme che si preparavano a prendere i giudici e la sinistra ex-comunista e che inspiegabilmente gli è sfuggito di mano. Linguisticamente per altri 15 anni ha modificato il modo di parlare dei politici, con parole dirette, veloci, feroci, ma vuote che hanno affascinato milioni di persone. Ricordiamo il rapporto fra linguaggio e cultura e quindi fra linguaggio e potere che ci propone 1984 di Orwell: a quanti bravi compagni gli è capitato quasi di non riuscire più a concepire i concetti del passato e di non trovare le parole nuove per una nuova teoria politica adatta ai nostri tempi, quasi come se le nostre parole non le capisca più nessuno e se ne inventiamo di nuove non abbiamo gli strumenti per veicolarle? A me pare, non so quanti altri percepiscono il mio problema, quasi che la mia idea di anarchia non trovi le parole per spiegarsi agli Altri, come se lo strumento della parola mi fosse ormai sottratto dal potere.
Un genio da questo punto di vista è Kafka: egli non teorizza contro la concezione strumentale del linguaggio – come fa Benjamin – ne gli lascia la parte dei “cattivi del romanzo” – come Orwell – semplicemente ne prende atto e lo usa come arte nelle sue opere: brani in cui le parole ne rimandano altre, e queste altre ancora, dove un capitolo ne richiama un altro e ti riporta di nuovo al punto di partenza, delle parole che se uno indaga sapientemente non dicono nulla, sono solo etichette.
In conclusione, il problema del linguaggio è un problema che riguarda tutto il mondo e che ha sempre interessato il modo con cui il potere fonda la sua ideologia; ma in Italia è particolarmente preoccupante e ormai ha creato pedagogia, ha educato gli italiani, compresi gli ambientalisti e i pacifisti che ormai usano quotidianamente, anche se magari in senso negativo, parole come “termovalorizzatori” o “missioni all’estero”.
Perché, con una concezione strumentale della lingua, si può dire tutto o il contrario di tutto: si può chiamare pace la guerra, si può accusare di terrorismo chi fa una scritta su un muro, ci si può svegliare una mattina – come nelle Metamorfosi di Kafka – e trovarsi trasformato in un orrendo insetto. O magari sentire uomini armati e camuffati bussare alla tua porta per portarti via.

IL RUOLO INFAME DEI MEZZI DI INFORMAZIONE DI MASSA
Ma il linguaggio non si crea e non si impone a milioni di persone senza uno strumento; nell’era moderna questo strumento sono i media. In particolare le televisioni di Berlusconi si dividono così:
• RETE QUATTRO – è la rete dei fedelissimi, non serve a fare proseliti, ma a rafforzare la base dell’edificio del regime berlusconiano, a renderlo solido; questa opera si esplica attraverso il TG di Emilio Fede con una programmazione incentrata al 90% sul governo.
• CANALE CINQUE – è la rete “istituzionale”, il suo TG è formalmente imparziale, ma giorno dopo giorno, goccia dopo goccia, porta acqua al mulino berlusconiano con servizi che dedicano uguale spazio a tutti, ma che allo stesso tempo inseriscono parole e concetti (“pace” al posto di “guerra”, “moderati” al posto di “razzisti”, “volontari per la sicurezza” o “ronde” al posto di “squadrismo”, maggiore attenzione alla cronaca nera se i protagonisti sono degli immigrati, ecc) che formano e rafforzano la cultura dominante.
• ITALIA UNO – è la rete pedagogica del gruppo, più che educazione crea diseducazione: ha i cartoni animati e i telefilm che attirano i bambini, ha una pubblicità rivolta quasi esclusivamente ai giovani e allo stesso tempo una programmazione pornografica, fatta di maschi arrapati e di femmine nude, ha pochissimo telegiornale ed è interamente incentrato sulla cronaca nera con al centro immigrati, rom, diversi di ogni tipo.
• TG.COM – è l’elemento subliminale: viene sparato continuamente su tutte le reti, durante la pubblicità, fra un cartone e l’altro, nel primo tempo dei film di successo, fra una serie e l’altra; dura pochi secondi, come delle grida in cui al telespettatore viene sparata la notizia del nuovo stupro commesso dallo zingaro di turno.
• RAI UNO – è l’altra rete istituzionale, non fa parte del gruppo di cui Berlusconi è il proprietario, è espressione diretta più che dell’uomo che è a capo del regime della repubblica in generale, il suo TG è il TG dei messaggi del Capo dello Stato e del Presidente del Consiglio, dei ministri, dei sottosegretari, dei Presidenti delle Camere, degli stessi oppositori parlamentari. Come nelle tre reti berlusconiane, è severamente proibita l’informazione in prima serata: a dimostrazione che il potere se può scegliere fra un’informazione asservita e nessuna informazione preferisce la seconda.
• RAI DUE – E’ la versione pubblica della rete pedagogica, ai giovani insegna che “non c’è cosa più divina che fare la velina”, ma lo fa nello stile della decenza istituzionale della RAI.
• RAI TRE – Per dirla in termini hegeliani, è la rete dell’elemento dialettico, quella che deve dare il giusto spazio agli oppositori per rafforzare il Tutto del regime. In quanto unica rete dell’opposizione di Sua Maestà non riesce a fare il ruolo del tg5 al contrario, cioè di un TG imparziale ma che, goccia dopo goccia, modifica l’opinione pubblica. Quindi percepita come di parte, il che è vero, non è guardata dai fan del Cavaliere e così si evita che delle informazioni pericolose (in realtà molto poche) finiscano nelle orecchie sbagliate.

IL RUOLO DELLA RENDITA. UN TENTATIVO DI DEFINIZIONE
La rendita è una cosa vecchia come la civiltà umana. Eppure è una cosa che ancora oggi ha un grandissimo ruolo nella nostra economia. Se pensiamo che durante la Rivoluzione Francese i diritti di rendita sono stati aboliti e che un secolo dopo Marx ha sostenuto che la rendita era un’eredità del passato e che il Capitalismo moderno l’avrebbe superata, pare strano oggi – passati altri due secoli – pensare al ruolo della rendita nella recente crisi economica e finanziaria.
Che cos’è la rendita? La rendita è, ad esempio, la mezzadria che il signore chiedeva al contadino che coltivava la terra per il semplice fatto formale di essere il padrone di quel appezzamento; la rendita è l’affitto che il padrone di casa ci estorce per il fatto di essere il formale proprietario di quelle quattro mura; la rendita è quella parte di salario che l’azienda toglie al lavoratore per creare profitto a coloro che hanno comprato le sue azioni.
La recente crisi finanziaria deriva da una crisi economica – e non viceversa – dalla crisi delle case in particolare e della rendita in generale: il padrone di casa che ti affitta l’immobile riceve denaro astratto per il semplice fatto di esserne il formale proprietario, quel denaro non proviene dal lavoro che il padrone ha fatto, non lo ha ottenuto vendendo i pomodori del suo orto o producendo beni, ma semplicemente è denaro astratto che deriva dal valore astratto di quella casa; con quel denaro astratto vengono comprate cose concrete come il cibo, la macchina, la casa, l’energia, ecc, oppure viene messo in banca o investito in borsa; allo stesso tempo le aziende che producono macchine, energia elettrica, cibo, ecc, vanno avanti anche con i soldi astratti dei tanti proprietari di case (alcuni ricchissimi, altri anche persone povere che incrementano il loro salario con quel modesto affitto) che non hanno prodotto con il lavoro, ma hanno ricevuto in dono denaro solo per il fatto di essere proprietari dell’immobile; allo stesso modo le banche che ricevono i soldi di quei proprietari o delle aziende che a quei proprietari hanno venduto dei beni, si riempiono di questi soldi senza alcun valore concreto e quei soldi li investo in borsa…prima o poi tutto questo deve crollare: ecco la crisi.
Cosa c’entra con il berlusconismo? Moltissimo. Infatti, al di là della catene di supermercati o altre aziende che il ricco Berlusconi ha comprato, la gran parte del suo Impero economico deriva dalla rendita: dalla TV e dai soldi della pubblicità, dal fatto di essere proprietario del Milan (anche qui pubblicità, biglietti dello stadio, diritti TV, ecc), dalla casa editrice Mondadori, dalle Banche di cui è proprietario, dai soldi che si è giocato in borsa nelle sue tantissime azioni e – perché no? – dagli altissimi stipendi da parlamentare, da ministro e da Presidente del Consiglio dei ministri. Tutto questo è denaro astratto. Questo significa che Berlusconi è un uomo del passato? Assolutamente no, Berlusconi è un uomo decisamente moderno, piuttosto si sono sbagliati colore che (come ad esempio Marx) hanno ritenuto che la rendita fosse qualcosa di pre-moderno in via di estinzione.
Finalmente possiamo tentare di risolvere il nostro problema di definizione: il berlusconismo è un moderno regime di rendita, in cui il potere politico è concentrato non nelle mani di un burocrate, come negli altri regimi democratici, ma di un uomo che da quel regime di rendita proviene e che anzi ne è il più ricco e potente esponente, o addirittura il monopolista.
Come si alimenta questo moderno regime di rendita? In maniera apparentemente meno crudele della medievale mezzadria o del moderno padrone di casa. Come? Con lo spettacolo. Spettacolo a cui è legato il pubblico, spettacolo sponsorizzato dalle inserzioni pubblicitarie, spettacolo che permette alle pubblicità che vi si inseriscono di venere i loro prodotti. Quindi non produce prodotti, oltre al prodotto astratto dello spettacolo, e non incassa ricchezza, oltre il denaro astratto della pubblicità. Ci sono poi certo i canali a pagamento, ma questo è un altro discorso dato che non si è obbligati a guardarli e comunque i migliori spettacoli hanno sempre avuto un biglietto di ingresso.

COSA VUOL DIRE MODERNITA’
Abbiamo quindi finalmente ipotizzato una possibile soluzione al nostro problema iniziale di definizione: il berlusconismo è un moderno regime di rendita. Attenzione ai termini però. Cosa vuol dire modernità? Chi mi conosce sa che non è una parola che io uso per caso. La modernità non è semplicemente il nuovo. Anzi nell’era del futuro, nell’era successiva alla modernità, ci sarà qualcosa di nuovo ma non moderno. Così come le cose moderne saranno vecchie. Uno dei miei capitoli del libro Sperimentiamo l’Anarchia si intitola proprio Quando la modernità è ormai vecchia…
Quindi quando si dice il berlusconismo è un moderno regime di rendita, non si vuole solo banalmente intendere che il berlusconismo è una rendita nuova rispetto a quelle vecchie. Cosa che oggi è vera, domani non più. Piuttosto che questo regime di rendita ha fra le sue determinazioni il fatto di essere moderno. La mia posizione filosofica, molto sinteticamente, è che la modernità è un’era che ha prodotto molto significative evoluzioni rispetto al dogmatismo del passato, ma che ha anche dei limiti, che essa non è la fine della storia (potrebbe certo diventarlo assecondando i deliri di certi scienziati), ma un’era che viene dopo quella passata e prima di quella futura. Riepilogo velocissimamente la mia posizione già espressa in tantissimi articoli. La modernità ha due caratteristiche: l’antropologia e la dialettica.
Quindi dire che il berlusconismo è un moderno regime di rendita significa dire che il berlusconismo ha fra le sue caratteristi, per così dire “filosofiche”, l’antropologia e la dialettica.

IL RUOLO STRUTTURALE DELL’OPPOSIZIONE NELLA DIALETTICA BERLUSCONIANA
Per quanto riguarda l’antropologia, in gran parte, abbiamo già parlato. Mi limito a suggerire che gli elementi dell’antropologia berlusconiana vanno indagati nel il suo sessismo, ma soprattutto nel il ruolo pedagogico delle TV.
Per quanto riguarda la dialettica, ebbene il berlusconismo è molto dialettico. Non nel senso di dialogante (ah ah ah) ma nel senso hegaliano del termine. Nella dialettica i due opposti si superano in una sintesi superiore. Ad esempio la sintesi fra i piccolo-grandi borghesi razzisti del Nord che votano la Lega e gli interessi feudali del padronato meridionale, ecc. Soprattutto nella dialettica l’opposizione è un passaggio necessario per rafforzare la totalità. La democrazia è un regime dialettico, ad esempio. La democrazia berlusconiana è anche essa un particolare regime dialettico. Ecco che abbiamo risolto un’altra delle domande iniziali: l’anomalia fra un regime razzista, sessista, repressivo, monopolista delle fonti di informazione e la paradossale presenza di giornali, pensatori, scrittori, parlamentari contrari al leader del regime si spiega in termini dialettici: l’opposizione serve dialetticamente a rafforzare la Totalità Concentrazionaria del Regime. C’è che dice che Hegel è un nazista. Io dico che Berlusconi è un hegeliano.
In questo contesto ci spieghiamo alcuni buffi fenomeni: ad esempio come è possibile che un magistrato forcaiolo come Di Pietro passi per un oppositore di estrema sinistra, come la destra fascista italiana da anni si definisca “rivoluzionaria” (da molto prima di Berlusconi!), come lo scontro fra oppressi e oppressori venga rinominato (a proposito di filosofia del linguaggio) in quello fra giudici e politici. Ho fatto tre esempi non del tutto casuali: il primo, l’opposizione al regime che in realtà non è illegale e illegalista come quella dei Partigiani, ma è guidata da un magistrato; il secondo, la destra che in questo paese non è conservatrice, ma paradossalmente avversaria e quindi “rivoluzionaria” delle leggi costituzionali; il terzo, in senso hegeliano la sintesi, il ribaltamento dei termini statici fra oppresso e oppressore con quelli dinamici di politico e magistrato, dove a seconda dei punti di vista uno ha il ruolo dell’oppresso e l’altro dell’oppressore, in un divenire che in realtà è identità e rafforzamento del Tutto, della Totalità Concentrazionaria.
Il regime in questa dialettica perfida si rafforza: ad esempio il giovane ribelle di sinistra al berlusconismo non “sfonda” mai il muro del legale perché ha fra i suoi modelli un Di Pietro, un Grillo, un Saviano. Si evitano così pericoli rivoluzionari: come potrà mai diventare anarchico uno che da quando è giovane la rappresentazione mediatica, linguista e pedagogica che ha dello scontro è che gli unici protettori della libertà dal berlusconismo sono i magistrati? Quel giovane svilupperà, pur nel suo sentirsi diverso da questo schifo, uno spirito molto conservatore e il campo del ribellismo sarà in mano unicamente alle ronde e alle squadracce razziste.

Michele Fabiani

gen 29 2010

Differenze fra antisionismo, antisemitismo e “antiscemitismo” (di Lucio Garofalo)

DIFFERENZE TRA ANTISIONISMO, ANTISEMITISMO ED “ANTISCEMITISMO”

L’antisemitismo non è uno scherzo e non si può liquidare con freddure stupide e inappropriate sull’“antiscemitismo”, che suscitano solo l’ilarità di qualche pennuto affetto da aviaria. Quando parlo di “antisemitismo” mi riferisco anzitutto all’antisemitismo storico, convenzionalmente inteso, al classico razzismo contro gli Ebrei, ma pure all’antisemitismo contro il popolo palestinese, che appartiene anch’esso alla stirpe “semitica”, anch’esso vittima di una politica di persecuzione e di aggressione militare, di spietati eccidi di massa di cui sono note le responsabilità sioniste.

Il razzismo vero e proprio, il peggior “antisemitismo”, non comunemente ideologico, ma brutalmente militare, è quello messo in pratica da quelli che sono i veri assassini e terroristi, vale a dire il regime sionista di Israele e i suoi alleati storici anglo-americani.

Altrimenti, come si potrebbe definire la politica di persecuzione e sterminio portata avanti negli ultimi decenni dallo Stato di Israele con l’appoggio, più o meno tacito, degli USA, contro popolazioni inermi e non militarizzate che vivono nella striscia di Gaza?

Rammento una risoluzione dell’ONU, la 1544 del 19 maggio 2004, che ha condannato le violenze israeliane in quella regione, chiedendone l’immediata cessazione. Come altre risoluzioni delle Nazioni Unite, anche questa è stata disattesa e violata da Israele.

Rammento che Israele possiede da anni la bomba atomica, ma nessuno si è mai azzardato a condannarla per questo, mentre si cerca di strumentalizzare e criminalizzare in modo pretestuoso la volontà del regime iraniano, indubbiamente dispotico e tirannico, di dotarsi di armi nucleari, come hanno fatto in passato gli USA (gli unici ad aver usato armi atomiche contro popolazioni civili, in Giappone nell’agosto del 1945), l’ex Unione Sovietica, la Gran Bretagna, la Francia, l’India e il Pakistan.

Ricordo che il Mossad era al corrente in anticipo del piano relativo all’attentato dell’11 settembre 2001. Non a caso in quegli edifici non c’erano cittadini ebrei. Non è strano che nell’elenco delle migliaia di vittime sepolte sotto le Torri Gemelle non figuri alcun nome ebraico? Inoltre, detto per inciso, le Twin Towers furono abbattute in seguito all’impatto dei due aerei, o crollarono per effetto di un’implosione innescata volontariamente? Lo ipotizzano numerosi esperti di ingegneria edile ed altri specialisti.

Se con l’orribile accusa di “difensore di criminali” si intende infamare chiunque si schieri a fianco delle popolazioni palestinesi, assolutamente inermi, che vivono nella striscia di Gaza e sono massacrate senza pietà dalle truppe israeliane, ebbene, ammetto che quella definizione si adatta al sottoscritto. Come sono uno strenuo difensore della causa e delle ragioni del popolo ebraico quando questo è stato ed è oggetto di razzismo, come quando fu vittima della Shoah, nei lager nazisti durante il secondo conflitto mondiale.

Questa parentesi mi serve a spiegare la mia posizione in materia di “antisemitismo”. Sarebbe assurdo se cominciassimo a risalire indietro nel tempo, agli albori dello Stato di Israele, o più indietro, alla nascita del sionismo. Un movimento che propugna da sempre la causa ebraica più oltranzista, che ha fatto ricorso a metodi e pratiche di stampo terroristico, tuttora una prerogativa politica di Israele e del sionismo internazionale.

Per il momento mi limito a formulare una elementare, ma agghiacciante domanda: perché chi difende a spada tratta Israele contro i suoi nemici e si adopera in tutte le maniere per denunciare ogni accenno di antisemitismo, non reagisce allo stesso modo, non si indigna e non si commuove neppure a compassione di fronte alle sofferenze e alle sopraffazioni subite dal popolo palestinese ad opera di uno Stato il cui popolo ha vissuto per secoli le stesse ostilità e persecuzioni, specie durante la seconda guerra mondiale?

La “diaspora” sofferta dal popolo palestinese non merita lo stesso rispetto e la stessa considerazione che riconosciamo giustamente alla “diaspora” del popolo ebraico?

Lo sterminio a danno del popolo palestinese non merita la stessa condanna, la stessa risposta assunta nei confronti del genocidio consumato in modo crudele contro gli Ebrei?

Detto questo, mi preme far presente che non sono antisemita. Non lo sono in quanto non disprezzo, non perseguito e non insulto alcun popolo di origine semita, sia che si tratti del popolo ebraico che di quello arabo, dato che non ho ragioni personali, o di altro genere, per farlo. Invece, confesso di essere antisionista, nella misura in cui condanno con fermezza la politica di aggressione e di espansionismo economico militare perseguita da Israele a scapito dei Palestinesi, confinati e incalzati nella striscia di Gaza, costretti a subire stragi, ostilità, persecuzioni e violenze d’ogni tipo dalle truppe occupanti.

Ricordo uno dei più grandi uomini della storia universale, un ebreo socialista, laico e antisionista: Martin Mordechai Buber. Il quale sosteneva che lo Stato di Israele, che non era ancora nato, non avrebbe dovuto assumere un’identità etnico confessionale.

Quest’uomo di buon senso pensava alla creazione di uno Stato che riunisse tutti i semiti in Palestina. Invece, altri “padri fondatori” della nazione israeliana hanno voluto la formazione di uno Stato su basi etniche, strutturato in senso esclusivista e razzista.

Tra i nomi dei vari leader sionisti che hanno contribuito alla fondazione dello Stato israeliano come si configura oggi, bisogna citare: Davide Ben Gurion, capo dell’Hagamah, l’Agenzia ebraica sionista; Shamir e Begin, capo dell’Irgun, nonché la famigerata Banda Stern, descritte dai Britannici come vere e proprie organizzazioni terroristiche.

In direzione esattamente opposta si muoveva Martin Buber. Questi è ritenuto uno dei padri spirituali della patria e della nazione israeliana, un po’ come Giuseppe Mazzini. E’ stato uno dei più importanti filosofi del XIX secolo. Era di orientamento esistenzialista e socialista, ma dissentiva profondamente nei confronti dell’ideologia sionista.

Martin Mordechai Buber era di nazionalità austriaca e di origine ebraica. Aderì inizialmente al movimento sionista, ma se ne distaccò non appena si rese conto della vera natura del movimento, per aderire ad una filosofia di ispirazione esistenzialista e socialista, ed abbracciare la causa della convivenza pacifica tra i popoli in Palestina.

Egli sosteneva che lo Stato di Israele, che si sarebbe costituito nel 1948, non dovesse reggersi su un fondamento etnico confessionale (come poi è accaduto), tantomeno di tipo oltranzista. Basti pensare ai gruppuscoli estremistici di destra e alle formazioni politiche e religiose integraliste, ben rappresentate nel Parlamento israeliano. Si pensi al Likud, un partito di orientamento ultraconservatore, che costituisce la principale forza politica del paese, insieme al partito socialista (“socialista” per modo di dire).

Martin Buber pensava alla creazione di uno Stato che riunisse Ebrei e Arabi musulmani, per metterli in condizione di coesistere pacificamente e di condividere, con pari dignità e pari diritti, le responsabilità della direzione e dell’organizzazione politica, economica e sociale di uno Stato non confessionale o integralista, ma laico e inter-religioso.

Altro che “due popoli e due Stati”: un solo popolo e un solo Stato! Questa era la geniale, ambiziosa, ma non utopica, soprattutto “profetica” visione di Martin Mordechai Buber.

Invece, Ben Gurion, Begin, Shamir e altri leader sionisti, moderati o estremisti che fossero, hanno pensato e partecipato alla creazione di Israele come si struttura oggi: uno Stato ebraico di tipo etnico confessionale, con aspirazioni imperialistiche prepotenti, con una decisa predisposizione all’aggressività e all’espansionismo verso l’esterno.

Restando in tema, voglio citare una frase molto bella. L’autore è sicuramente ebreo, ma ignoto; tuttavia il senso è condivisibile da parte di tutte le persone dotate di buon senso.

La frase dice: “Se tu scrivessi ebrei invece di israeliani, coinvolgeresti anche me che sono ebreo, ma non israeliano, e che sono antisionista”. In questa asserzione è riassunta tutta la differenza semantica, politica e culturale tra “antisemitismo” e “antisionismo”.

Alcuni opinionisti “filoscemiti” e filosionisti di casa nostra affermano che Israele avrebbe fatto bene a violare le risoluzioni dell’ONU, per proteggersi dai suoi nemici. Dunque costoro, come Israele, il principale “Stato canaglia” del Medio Oriente, si auto-escludono dalle norme della legalità internazionale, dalla civile convivenza tra i popoli, per cui meritano solo parole di disapprovazione.

Tornando alla questione dell’antisionismo, ribadisco la mia posizione contraria al sionismo come dottrina politica. Tuttavia, tale posizione non può essere confusa, se non in malafede, con l’antisemitismo, tantomeno con il negazionismo. Bisogna condannare qualsiasi manifestazione razzista, contrastare ogni insorgenza neonazista, rigettare le opinioni che tendono a separare gli uomini e i popoli in “superiori” e “inferiori”.

Proprio per tali ragioni ritengo che l’assunzione del sionismo come fondamento dello Stato israeliano abbia condotto a politiche aggressive e persecutorie verso i popoli confinanti e soprattutto verso i legittimi abitanti della Palestina, gli Arabi Palestinesi.

Occorre proclamare con forza che Israele, fino a quando sarà lo Stato Ebraico anziché uno Stato laico e non confessionale, sarà sempre uno Stato fondato sull’esclusione e sulla discriminazione religiosa e razziale. E’ necessario denunciare le occupazioni e le aggressioni israeliane contro i popoli e i Paesi mediorientali, fino a quando Israele continuerà ad aggredire ed occupare territori altrui, violando le risoluzioni dell’ONU.

Infine, è molto importante saper distinguere tra ebrei e israeliani, e parlare di “politiche aggressive di Israele e dell’esercito israeliano”, e non di Stato ebraico.

Lucio Garofalo

gen 28 2010

Sulla Federazione Anarchica Italiana (di Alcuni informali corrispondenti)

SULLA FEDERAZIONE ANARCHICA ITALIANA

È del 16 dicembre scorso un comunicato della Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana in merito ai fatti di Gradisca d’Isonzo e di Milano. Una nota molto rassomigliante a quella diffusa il 28 dicembre 2003 subito dopo i fatti di Via Gerusalemme a Bologna.
Ora, doversi ritrovare tra le mani questi trafiletti degni delle penne migliori del Giornale o del Resto del Carlino lascia davvero l’amaro in bocca, quando non monta il prurito alle mani. Che dei “compagni” siano così dediti alla delazione e all’infamia, quali che siano le proprie pratiche e i propri pensieri, da far invidia a scribacchini e questurini è indecente.
Sicuramente certe pagine potrebbero benissimo essere ignorate o utilizzate nel caso si finisca la carta igienica, ma la faziosità e la malcelata paura di poter essere scambiati per anarchici più silenti e meno pantofolai inducono a qualche riflessione.
Tralasciando la querelle tra federazione di sintesi e federazione informale, tra gradualismo rivoluzionario e insurrezionalismo, se si passa ad analizzare i due comunicati a firma Federazione Anarchica Italiana in merito ad azioni rivendicate dalla Federazione Anarchica Informale balzano agli occhi molti elementi interessanti.

In primis, la FAI come Federazione Anarchica Italiana è un marchio registrato che pretende esclusività. Fuori dalla Federazione Anarchica Italiana non vi possono essere anarchici. Al massimo qualche “poliziotto di vocazione” che si camuffa di nero. Perché gli anarchici, quelli veri, quelli a volto scoperto, quelli protetti da copyright, non devono essere associatia infami azioni provocatorie. E tanto meno la loro sacra e storica sigla. La stessa del Fondo Italiano per l’Ambiente e della Federazione Autotrasportatori Italiani. Forse sarebbe consigliabile, dal momento che le due sopra citate realtà sono tutto tranne che informali, che la FederazioneAnarchica Italiana
intraprendesse le vie legali, per mezzo del pool di avvocati che scrive sui loro organi federali, al fine di riapproppriarsi di ciò che le spetta per divino volere: la santa firma FAI. Quante cavillose e inutili precisazioni sul proprio nome indossate a maschera per nascondere il timore di passare per i cattivi. Se si volesse, al contrario, pensar male si potrebbe perfino arrivare a concludere che con questa marea di carta sprecata per puntualizzare che non si è brutti e neri terroristi si sia in cerca di pubblicità e/o di legittimazione politica. Ma non ci allarghiamo troppo…
La FAItaliana arriva addirittura a sostenere che la Federazione Anarchica Informale additi alla repressione i compagni (cioè loro stessi, in preda al panico sotto lecoperte) per una “infelice” scelta di nome. Per di più con un furbesco tono da “dico – non dico” con cui si vuole sottintendere che la sigla FAInformale altro non sia che l’ennesima macchinazione statale atta a criminalizzare i veri anarchici federati sotto la bandiera di Saint-Imier (che si sia rimasti unpo’ indietro con gli anni?).
Pare, però, alquanto più verosimile che chi addita i compagni alla repressione sia la Federazione Anarchica Italiana, che si arroga la qualifica di “principato degli anarchici”, nel quale gli anarchici di origine controllata sottostanno ad un unico pensiero e danno vita soltanto a determinate pratiche.
Al di fuori di queste non si è più anarchici, ma provocatori e infami, se non sbirri. E, conseguentemente, scattano scomuniche e fogli di via.
Perchè una federazione come si deve non può che essere formale, di sintesi. Chissà, che l’informalità non sia un nuovo trucchetto di quei malandrini dei poliziotti a cui però si deve rispetto umano? Mah… giusto per istillare un po’ di dubbi… e magari tirare acqua al proprio mulino.
Nessuno può pretendere che all’interno di un variegato movimento come può essere quello anarchico (assodato poi che di movimento si possa parlare, ma prendiamo per buoni i termini usati nei comunicati) ogni sua anima si riconosca nelle pratiche di tutte le altre. Ma c’è una gran differenza tra il non riconoscersi in determinate azioni e lo sconfessarle pubblicamente, bollandole di infamia e provocazione. Se la Federazione Anarchica Italiana non adotta certi metodi come propri ciò non significa che altri anarchici non possano prendere vie diverse, ma evidentemente certi ragionamenti non sono abbastanza avanguardisti per essere capiti.

Per la FAItaliana, vere azioni dirette contro il dominio e le sue articolazioni sono funzionali alla “strumentalizzazione mediatica”, nonché un impedimento al regolare svolgersi delle vere lotte che solo i veri anarchici compiono, ossia gli scioperi, il sindacalismo di base e l’apertura di circoli.
Saremmo tentati di ricordare ai compagni della FAI (quella legalmente riconosciuta, per carità!) che forse ancora non hanno capito in che secolo ci si ritrova a vivere. Il 1900 è passato da un pezzo e voler riproporre ostinatamente strumenti di lotta validi allora in un contesto, come quello attuale, radicalmente cambiato, è per lo meno miope. Purtroppo o per fortuna, la guerra sociale deve dotarsi di armi adeguate alle condizioni dello scontro. Le condizioni dai tempi di Malatesta sono un pochettino state trasformate. Ma forse il vino delle osterie, tra un nostalgico brindisi e l’altro, ha leggermente rallentato i compagni gradualisti. Speriamo si riprendano, un giorno.
Per ritornare ai “famigerati” pacchi bomba, la Federazione Anarchica Italiana scrive che il loro impiego è “oggettivamente” antianarchico (quale dogma e verità incontestabile), per non parlare poi del fatto che possano colpire indiscriminatamente. In effetti, una pacco bomba recapitato ad un CIE potrebbe finire in mano ad uno dei reclusi, così come un ordigno piazzato in una università e programmato per esplodere alla tre di notte potrebbe ferire qualche studente o bidello. Se invece, per chi scrive, nella categoria dell’indiscriminatamente rientrano Croce Rossa, Misericordia o le mura dell’Università, noi saremmo stati felici che si fosse assistito a qualche indiscriminata vittima.

Ma non avevamo capito! Le bombe di Milano e di Gradisca altro non sonostate che il giochetto dello Stato per distogliere l’attenzione (sempre mediatica, mai dimenticarlo. E come dimenticare i continui appelli ai colleghi “operatori dell’informazione” affinchè compiano bene il proprio mestiere?) dalle tante manifestazioni a marchio FAI italiana per ricordare. Ricordare cosa? Ah si, Pinelli e le stragi.
Perchè lo Stato “non può tollerare” che si ricordi quello che i verianarchici da quarant’anni non fanno altro che urlare ai quattro venti. Che Pinelli (ormai assunto a martire cherubino) è stato ucciso dalla polizia e che Piazza Fontana fu una strage di Stato. Verità certamente incontestabili, ma ci pare che allo Stato pochi importi che ogni tanto qualche decina di persone giri per le piazze con lumini e drappi neri a raccontare storie ritrite. È difficile credere che lo Stato non possa tollerare tale carica sovversiva.
Di omicidi a mano sbirresca se ne contano uno al giorno e quelli di quarant’anni fa anche se vengono ricordati… amen, in fondo si tratta di qualche vecchietto innocuo. Questo penserà lo Stato, al massimo.
Ma la Federazione Anarchica Italiana, in preda a costante vittimismo, si ferma qua. Si compiace di come siano bravi a ricordare alla gente come il potere sia brutto, cattivo e birbone. Sottoscriviamo.
Nel predicare al cielo la FAItaliana è davvero una campionessa. Mad’altronde si sa, spesso chi predica bene (e neanche tanto in questo caso), razzola male. E dai fiumi di parole e d’inchiostro, la FAItaliana non sa che stringere banalità e stupidità.
Un miopismo reazionario, tanto per usare un termine a loro caro, che si affianca alla paura dello slancio in avanti e alla malafede delle delazioni.
I “bei tempi andati”, unico carburante di un cadavere in putrefazione sono andati. Prima ce ne si accorgerà meglio sarà per tutti.
Ma, più realisticamente parlando, fa comodo a certi non accorgersene, per poter meglio ammantare la propria vigliaccheria con le solfe dell’educazionismo e delsindacalismo.
Nel concludere, una sola precisazione: le critiche qui espresse non ritengono essere rivolte a tutte le
individualità che compongono la Federazione Anarchica Italiana. Certamente nella base di quell’organizzazione ci sono persone mosse da buona fede e da buoni propositi, ed a loro diciamo: sveglia!
A chi invece si riconosce nei comunicati della Commissione di Corrispondenza non ci resta che ricordare che le Forze di Polizia assumono sempre.

Alcuni informali corrispondenti

gen 28 2010

Guerre e crisi economiche (di Lucio Garofalo)

Guerre e crisi economiche

Nel famoso libro “Della guerra”, pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz, che aveva maturato una lunga esperienza nel corso delle guerre napoleoniche (le prime dell’era capitalistica contemporanea), elaborò un’analisi seria del problema, di cui seppe cogliere l’essenza più recondita, applicando una logica hegeliana.

Tra le altre cose, Karl von Clausewitz scrisse la celeberrima frase: “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”; ed ancora: “La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”.

Hegel, dal canto suo, affermò che “La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche”, nel senso che le guerre determinano i principali cambiamenti della storia.

Sviluppando e capovolgendo la dialettica hegeliana su basi storico-materialistiche, il pensiero marxista introdusse ulteriori elementi critici ed innovativi nella valutazione e nella comprensione del fenomeno, riconducendo l’essenza profonda dei conflitti bellici e sociali all’economia in quanto motore della storia, che è “storia di lotta di classe”.

Ebbene, nel corso della storia millenaria dell’umanità, ma soprattutto nell’epoca contemporanea, segnata e dominata dalle forze soverchianti del capitalismo e dell’imperialismo economico, le riflessioni elaborate da von Clausewitz e da Hegel, ma soprattutto l’analisi critica suggerita dal marxismo, hanno avuto un riscontro effettivo.

Nelle sue fasi cicliche di espansione, ma soprattutto nei suoi momenti di crisi, il capitalismo ha generato miseria e sfruttamento, morti, catastrofi e distruzioni, barbarie e guerra. Da almeno 100 anni il capitalismo è in fase di decadenza e le crisi esplodono periodicamente. L’attuale catastrofe economica è il frutto di cento anni di decadenza del capitalismo, che ormai è in una fase di putrefazione avanzata e irreversibile.

In passato, per scongiurare altre depressioni economiche come, ad esempio, quella del 1929, il sistema capitalistico ha escogitato diverse soluzioni praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Oppure ha intrapreso risposte neoimperialiste per conservare e consolidare lo statu quo, l’ordine padronale esistente.

Le politiche neocoloniali e neoimperialistiche non sono servite solo per la ricerca di nuove aree di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato, e manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo efficace per conquistare zone del mondo in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore.

Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta dalle multinazionali dell’industria pesante, metal-meccanica, siderurgica e petrolifera, fu la via scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del 1929, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla servì la tragica lezione impartita dalla prima guerra mondiale).

Il nazifascismo fu un altro tipo di risposta, di segno apertamente reazionario, delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica esplosa nel primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti interni alle potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale.

Durante i 25 anni successivi alla seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati, inclusa l’Italia, si verificò un ciclo di espansione economica diffusa, un periodo storico indicato con l’espressione “boom economico”. Nel corso degli anni ’70 questa fase di crescita venne frenata dalla crisi del dollaro e del sistema monetario internazionale, che portò nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro, ma soprattutto dalla crisi petrolifera del ‘73 determinata dalla guerra del Kippur, combattuta in Medio Oriente, che causò un pauroso innalzamento del prezzo del barile.

E veniamo all’odierna catastrofe economica e sociale.

L’attuale crisi investe l’apparato economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala mondiale. Infatti, quella in corso è una crisi di sovrapproduzione, nel senso che negli anni si è determinato un ciclo di sviluppo e di accumulazione smisurata dei profitti, derivanti da un eccessivo sfruttamento dei produttori, cioè gli operai. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo senza dubbio elevati, si sono progressivamente impoveriti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, per effetto di un processo di globalizzazione economica imperialista che ha generato condizioni crescenti di miseria, precarietà e sfruttamento, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro su scala internazionale, malgrado gli operai delle fabbriche facciano più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili conseguenze in termini di drammatici costi umani e sociali, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la crisi recessiva, sino al tracollo definitivo e globale del capitalismo, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi finora conosciuti.

A nulla potrà servire l’assunzione di rimedi inutili e tardivi, di provvedimenti illusori di pura facciata quali la riduzione dei megacompensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla “moralizzazione” (si fa per dire) e alla regolamentazione dei mercati finanziari e all’abolizione dei paradisi fiscali. Tutte misure annunciate enfaticamente, ma che non sono state ancora applicate, essendo di fatto inapplicabili.

Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico. Ovviamente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più realistica, turba non poco i capitalisti e i loro servi. Per arginare l’esplosione di rivolte, sommosse e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo ovunque nel mondo, i capitalisti invocheranno l’adozione di soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente autoritario e reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellico imperialistico, ad un lungo periodo di guerre sanguinose su scala internazionale.

E’ evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze primarie delle persone. E’ la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata.

Occorre riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo che il valore d’uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e che l’autoconsumo delle unità produttive create su territori geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta, prevalga sulle false esigenze consumistiche, cioè sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, eliminando la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle leggi del profitto economico privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi istanza di sinistra che proponga finanziamenti alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo, chiedendo di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza propugnare o rivendicare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per rilanciare la competitività economica delle imprese private, ma devono dimostrare che nonostante la competitività e la produttività il sistema non funziona e risulta invivibile ed inaccettabile per tutti i lavoratori del mondo.

In altri termini, bisogna rimettere in seria discussione il paradigma stesso dello sviluppo economico. Di per sé il concetto di “sviluppo” non presuppone un miglioramento delle condizioni di vita della gente. Non possiamo più adottare criteri “quantitativi” quali, ad esempio, il PIL di una nazione, o quello pro-capite, per misurare il tasso di eguaglianza e giustizia sociale, di progresso e democraticità di un paese. Sono necessari altri parametri e altri indicatori di ordine sociale, etico e culturale, che esprimono valori umani in termini di qualità della vita, e non più solo di quantità e di sviluppo economico.

Lucio Garofalo

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