Il CIE di Torino: cronache dai lager del XXI secolo
Il Cie di Torino: cronache dai lager del XXI secolo
Non si chiamano più Cpt, ora si chiamano Cie, ma la sostanza è rimasta tragicamente la stessa. I Cie (Centri di identificazione ed espulsione) sono nientemeno che dei grossi carceri dove vengono rinchiusi tanto gli immigrati irregolari appena arrivati e i richiedenti asilo, quanto quelli con il permesso di soggiorno scaduto.
Occorre però per prima cosa sfatare uno dei soliti luoghi comuni che come al solito vengono affermandosi nell’opinione pubblica con la complicità di media e carta stampata: dentro i Cie non finiscono affatto criminali o delinquenti comuni, al contrario si parla di un luogo dove vengono segregate persone dalle storie più disparate che magari hanno lavorato per anni in nero e sono stati trovati senza documenti da una pattuglia. Ci sono ragazzi che hanno intrapreso il viaggio della speranza verso l’Occidente in cerca di una vita migliore e padri di famiglia che con la crisi si sono visti portare via il lavoro e ora rischiano di essere rispediti nel paese di origine. Dentro il Cie insomma, si finisce soprattutto per problemi amministrativi, per mancanza di documenti, per mancanza di lavoro; nulla di più lontano dai criminali senza scrupoli su cui batte la grancassa l’informazione pubblica.
E’ chiaro poi che dopo che una persona ha lavorato per sei, sette anni lontano da casa, rimandarlo indietro significa quasi scaraventarlo in un mondo da cui non solo è fuggito, ma che non riconoscerebbe nemmeno più essendo ormai completamente sradicato.
I Cie inoltre va sottolineato come non siano dei veri e propri carceri, dove un detenuto ha anche la possibilità di trovarsi un avvocato e comunque gode di alcuni diritti, bensì dei veri luoghi liminari di difficile definizione, dove gli ospiti non hanno la benché minima idea di quali siano i propri diritti. Non fosse per il coraggio e il volontarismo di associazioni e comitati legati alle reti di migranti, molti di loro non sarebbero nemmeno riusciti a trovare un avvocato per la loro tutela legale.
In Corso Brunelleschi, a Torino, si trova uno di questi Cie. Un gruppo coraggioso di “Antirazzisti solidali con i reclusi in Corso Brunelleschi” ha deciso di organizzare un presidio per far sentire la sua voce contro quello che sta accadendo all’interno della struttura. E ciò che accade dentro il Cie di Corso Brunelleschi lascia a bocca aperta a giudicare dalle testimonianze che sono state raccolte a riguardo.
Tralasciando le notizie orribili riguardando tentati stupri, stupri e maltrattamenti di ogni sorta, una menzione meritano anche le condizioni sanitarie in cui verserebbero gli ospiti della struttura. Nei mesi precedenti vi è stato il decesso di un ragazzo causa polmonite e, recentemente, secondo i comitati organizzatori del presidio, uno degli ospiti detenuti sarebbe riuscito a far pervenire all’esterno la confezione di un farmaco somministratogli, ovviamente scaduto nel 2008.
Ma veniamo ai fatti di cronaca, più direttamente collegati al presidio di Corso Brunelleschi. Per farlo bisogna raccontare brevemente la storia di Sabri, il tunisino raccolto nel Mediterraneo circa sei mesi fa. Sabri era finito al Cie di Crotone, e da qui a quello di Torino dopo che una sommossa aveva reso inagibile il centro calabrese. A Sabri mancavano ormai pochi giorni alla scadenza dei sei mesi di trattenimento prevista dalla legge, quando è venuto a sapere degli accordi per le espulsioni rapide stipulato tra il governo tunisino e quello italiano. Sabri in Italia era un pescatore, aveva lavorato ad Ancona per sette lunghi anni, e aveva deciso di tornare in Tunisia per rivedere i suoi genitori dopo tutto quel tempo. Nel ritorno dalla vacanza la cattura che gli ha rovinato la vita per sempre. Deciso a non mollare Sabri ha preso la decisione strenua di arrampicarsi sul tetto del Cie di Corso Brunelleschi, ove è rimasto sotto una canicola terribile per tre giorni supportato solamente dal presidio permanente organizzato da variegate realtà del movimento antirazzista torinese. Nelle ultime due settimane le persone rimpatriate dal Cie di Corso Brunelleschi sono state ben 12, e nella mattina di giovedì 22 luglio è toccato lo stesso destino anche a Sabri.
Secondo la Questura Sabri sarebbe sceso volontariamente dal tetto su cui era salito per disperazione, ma i racconti che sono giunti dal Cie parlano al contrario di un uso molto violento della forza da parte delle forze dell’ordine. Le associazioni coinvolte nel presidio si sono mobilitate immediatamente organizzando anche un corteo previsto nella serata, ma la cosa agghiacciante è che dal mattino non si ha alcun tipo di notizia del ragazzo tunisino, il quale sembra completamente scomparso nel nulla. Non si sa nemmeno se sia stato ferito in occasione del tentativo di farlo scendere dal tetto, e nemmeno se si trovi ancora in Italia o a Torino.
Queste vicende terribili non sono toccate in alcun modo da media e carta stampata che preferiscono continuare a parlare di Cie come luoghi di detenzione per criminali o comunque scelgono di non far vedere quello che accade all’interno di tali strutture, tacendo delle condizioni terribili in cui versano gli sfortunati che sono obbligati a esservi trattenuti.
In pieno XXI secolo, nell’opulento occidente e nell’Italia della “brava gente”, sotto le ombre proiettate dai condomini di Corso Brunelleschi si trova uno ei tanti lager del nuovo millennio. Si viene internati perché si è senza lavoro, perché si è cittadini di un altro paese dal quale si è deciso di fuggire per disperazione o per inseguire un sogno. Anche dopo aver lavorato in Italia per sette anni secondo la legge una persona risulta ancora appartenente al paese di nascita, secondo un principio di nazionalità impregnato di ipocrisia che nega, de facto, la libertà dell’individuo peraltro sancita anche dalla stessa Costituzione italiana.
In conclusione un chiarimento anche sul presidio di Corso Brunelleschi, dipinto da una certa carta stampata come osteggiato da tutto il quartiere. In realtà di ostilità proprio non si può parlare tenendo anche conto che il presidio ha cercato in tutti i modi di coinvolgere, e anche con un certo successo, gli abitanti del quartiere.
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