mar 16 2010

Intervista a Maria Ciuffi mamma di Marcello Lonzi

DOPO LA MANIFESTAZIONE DI LIVORNO

Intervista a Maria Ciuffi mamma di Marcello Lonzi

(da www.autprol.org e dall’Opuscolo 42 di OLGa)

 

Il 16 gennaio scorso a Livorno una manifestazione denunciava gli omicidi di Stato nelle carceri e nelle strade. Tanti i familiari presenti – che hanno visto uscire dal carcere i propri cari dentro ad una bara o che hanno ricevuto dalle forze dell’ordine una telefonata che annunciava loro la morte di un familiare – e tra queste persone c’era l’assoluta certezza che coloro che ti chiamano per dirti “suo figlio è morto”, sono gli stessi che te lo hanno ammazzato.C’era consapevolezza nell’affermare le responsabilità precise ed evidenti dello Stato che, attraverso il carcere, reprime e giustizia chi non è dalla parte “giusta”. Dal corteo e dalle contraddizioni che possono essere emerse, sono nati spunti di riflessione che ci hanno spinto a contattare la mamma di Marcello Lonzi, ucciso dalle guardie nel carcere di Le Sughere a Livorno l’11 luglio 2003, per farle alcune domande.

 

Ringraziamo molto Maria per la capacità avuta di arrivare con precisione e senza giri di parole alla verità delle cose e per averci trasmesso in poche righe la tenacia e la forza di chi non si arrende.

 

Cosa pensi del corteo di Livorno di sabato 16 gennaio?

Non ho parole, non mi aspettavo ottocento, anche novecento o forse un migliaio di persone tutte li per la stessa ragione, ti dico la verità, un grazie enorme, abbraccio tutti davvero. E’ stata una solidarietà estrema che ha fatto enorme piacere a me e a tutti i familiari, non mi aspettavo una cosa così. E’ andata bene, nessun partito, niente, solo tante persone comuni.

 

Sappiamo che a Livorno c’è stato un tentativo di mettere insieme un coordinamento di familiari di ragazzi e non, morti ammazzati dalle guardie nelle carceri o comunque per mano della polizia di Stato? cosa ci sai dire a riguardo?

Senti, io se non fossi malata ci sarei andata, tranne Ornella il cui figlio è stato ucciso a Sollicciano, ci sono andati tutti (si riferisce ad un’iniziativa che i parenti hanno fatto a Roma – ndr), erano in una quindicina, questa volta sono venuti anche dalla Sardegna. Si è formato un coordinamento, ci si appoggia gli uni agli altri, ci si sostiene a vicenda, sai, non si sta tutti allo stesso modo, intendo dire anche solo economicamente, io non ce li avrei avuti i soldi per andare a Roma, me li avrebbero dati i familiari che stanno meglio, anche questa volta è andata così per chi non poteva pagarsi il viaggio da sol.

Ecco, ci si tiene d’occhio, nel senso in contatto, per ora è questo.

 

Vorremmo chiederti cosa ti aspetti dal processo, perché lo persegui così? tu che hai subito sulla tua pelle la “giustizia” dello Stato, perché ti aspetti giustizia proprio dallo Stato che in realtà te l’ha negata?

Io non aspetto giustizia, io non ci credo nella giustizia, questa è la verità e l’ho sempre detta a tutti. Dalla prima archiviazione basta, le foto di mio figlio le abbiamo viste tutti, io non sono certo un medico legale ma neanche una cretina, sicché le ho chiamate le foto della vergogna. La vergogna di una Procura che non vuole che esca la verità. Ora voglio sapere da dove viene la vernice trovata nella testa di mio figlio, Marcello aveva due buchi in testa, uno profondo fino all’osso e lì sono stati trovati frammenti di vernice blu scuro, te lo dico io cosa sono, sono i blindati delle celle. Ecco, questo esce da una perizia e io lo so ora dopo quasi sette anni e continuano a negare che Marcello è stato pestato a morte. Vedi, a me essere presa per il culo non mi va bene, ecco perché non credo più nella giustizia, io voglio la verità, è una questione di principio, se una cosa è bianca non puoi dire che è rossa, mio figlio è stato ammazzato dallo Stato e non è morto per cause naturali, questo voglio che si dica, solo questo.

 

Febbraio 2010

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