Potere e violenza (di Lucio Garofalo)
POTERE E VIOLENZA
Una persuasione comune, in voga negli ambienti della cosiddetta “sinistra radicale”, evoca l’idea di una spirale “guerra-terrorismo” che, così come viene convenzionalmente definita, costituirebbe una minaccia incombente sull’intero genere umano.
Tuttavia, tale apparente dicotomia non rappresenta e non offre un’effettiva alternativa tra due differenti opzioni, ma al contrario rivela due facce della stessa medaglia. In effetti si tratta di un mostruoso parto gemellare generato dal medesimo sistema, un’economia di guerra e di riarmo che ha un incessante bisogno della violenza organizzata in varie forme, per rigenerarsi e perpetuarsi all’infinito.
Da questo meccanismo perverso discende la necessità di una sorta di produzione su scala industriale della violenza, del delitto, del “mostro”, che serve quale facile e comodo capro espiatorio atto giustificare ed approvare la richiesta, da parte dell’opinione pubblica (nazionale e internazionale), di nuovi interventi armati da compiere sia all’interno che all’esterno della società capitalistica guerrafondaia.
In tal modo si creano e trovano una precisa ragion d’essere i vari Saddam Hussein, Bin Laden & soci, i cosiddetti “criminali” che diventano una sorta di spauracchio ufficiale, perfettamente funzionale ad una logica di riproduzione della violenza legalizzata, volta a conservare e perpetuare i rapporti di comando e subordinazione esistenti all’interno (su scala nazionale) e all’esterno (su scala globale) della società affaristica borghese imposta dai bianchi occidentali.
Ogni anno, nel periodo di Luglio, si rinnova una sorta di rituale celebrazione durante la quale vengono rievocate le drammatiche giornate di Genova nel 2001, funestate dalle violenze della repressione poliziesca, dall’assalto alla scuola Diaz, dalle torture nel carcere di Bolzaneto, dall’assassinio di Carlo Giuliani, ecc. Qualcuno potrebbe obiettare che bisogna rammentare anche le violenze dei black-bloc, che sono anch’esse un parto degenere di un sistema sempre più marcio, putrido e incancrenito, capace di produrre in quantità industriale soprattutto “merci” come la violenza e l’odio, in quanto ne ha bisogno come l’aria che respiriamo, per poter giustificare la sua stessa esistenza.
Una violenza che scaturisce e si alimenta anche e soprattutto attraverso l’incessante opera di disinformazione e terrorismo psicologico, quotidianamente esercitata dai mezzi di comunicazione di massa per mantenere l’opinione pubblica in uno stato permanente di tensione e pressione, così come è accaduto in occasione della manifestazione anti-militarista svoltasi a Vicenza il 17 febbraio scorso. La risposta del movimento è stata fantastica, direi quasi sovrumana per la superiorità politica dimostrata, per la lezione di civiltà, di buon senso e di forza morale che ha saputo impartire, mettendo a tacere quanti avevano profetizzato e, in un certo senso, auspicato lutti e sciagure.
La violenza fa parte di una società che la disprezza e la demonizza quando a praticarla sono gli altri (in passato erano i Sovietici, i Cinesi, i Vietnamiti, i Cubani, oggi sono gli Arabi, gli islamici, oppure i negri, i proletari, gli oppressi in genere, e via discorrendo), ma viene autorizzata in termini di legge, di diritto e di potere istituzionale, quando essa è opera del sistema stesso, in quanto intervento armato necessario a mantenere l’ordine costituito all’interno (in termini di repressione poliziesca) e all’esterno (in termini di guerre, ovvero come gendarmeria internazionale).
In tal senso la violenza viene disapprovata quando è opera d’altri. Si pensi alla rivolta di massa che oltre un anno fa è esplosa con furore nella banlieue parigina, espandendosi rapidamente ad altre periferie urbane della Francia. Sempre in Francia, tempo addietro abbiamo assistito alla nascita di un movimento di protesta giovanile che ha assunto proporzioni di massa, simili, benché non paragonabili all’esperienza storica del maggio 1968, nella misura in cui le cause e il contesto erano senza dubbio differenti.
Per comprendere tali fenomeni sociali così complessi e difficili, occorre rendersi conto di ciò che sono effettivamente diventate le aree metropolitane suburbane in Francia (ma il discorso vale anche altrove, in Europa e nel mondo), cioè assurdi e ignobili luoghi di ghettizzazione e alienazione di massa.
Per capire bisognerebbe calarsi in quella realtà quotidiana dove il disagio sociale, il degrado urbano e morale, la violenza di classe, la precarietà economica e il vuoto esistenziale, la disperazione e l’emarginazione dei giovani (soprattutto di origine extracomunitaria) costituiscono il background materiale e ambientale che genera inevitabilmente esplosioni di rabbia e di guerriglia urbana.
Invece, tali vicende vengono bollate e vituperate in modo banale e superficiale come atti di “teppismo”, di “delinquenza” o addirittura di “terrorismo”, secondo parametri razzisti e classisti tipici di quella mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla borghesia bianca occidentale, non solo della Francia, ma dell’Europa e dell’intero occidente. Insomma, tutte queste vicende sono strettamente associate da un denominatore comune: la violenza, nella fattispecie la violenza istituzionalizzata e il monopolio di legalità imposto nella società.
Su tale argomento varrebbe la pena di spendere qualche parola per avviare un ragionamento storico, critico e politico il più possibile serio e rigoroso. Io voglio provarci, partendo ovviamente dal mio punto di vista e avvalendomi delle mie capacità analitiche, delle mie conoscenze ed esperienze.
La violenza, intesa come comportamento individuale, ha senza dubbio un fondamento più profondo e complesso, insito nella struttura sociale. Ad esempio, nella realtà delle società capitaliste, la violenza del singolo, la ribellione giovanile apparentemente priva di cause, l’alienazione, la follia, il vandalismo, oppure il teppismo negli stadi di calcio, la criminalità comune, la perversione di quei soggetti qualificati come “mostri”, sono sempre il frutto (marcio) generato da un’organizzazione sociale che ha bisogno di produrre odio e violenza; sono la manifestazione di un sistema storico-sociale che, per sua natura, crea conflittualità, contribuendo alla depravazione dell’animo umano che in tal modo viene ad essere intimamente condizionato dall’ambiente esterno.
Dunque la violenza non è una questione di malvagità o perversione individuale, ma è un problema sociale, è la facciata esteriore dietro cui si annida e si ripara la violenza organizzata della società, è lo strato superficiale e fenomenico sotto cui giace e s’incancrenisce la corruzione dell’ordine costituito.
In effetti, è alquanto difficile determinare e concepire la violenza come un comportamento istintivo ed etologico, naturale ed immutabile, dell’essere umano, in quanto è la natura stessa della società il vero principio che genera i cosiddetti “mostri”, i criminali, i violenti in quanto singoli individui, che sono spesso i soggetti più labili e vulnerabili sul piano psichico emotivo, che finiscono per diventare il “capro espiatorio” su cui si scaricano tutte le tensioni, le frustrazioni e le conflittualità insite, in forma latente, nell’ordinamento sociale vigente.
La visione che attribuisce alla “perfidia umana” la causa dei mali del mondo, è solo un’ingenua e volgare mistificazione. Il tema della violenza è talmente vasto e complesso da rivestire un’importanza centrale nell’ambito dello sviluppo storico dell’umanità. Sin dalle sue origini l’uomo ha dovuto attrezzarsi per fronteggiare la violenza esercitata dall’ambiente naturale in cui era inserito: il pericolo di aggressione da parte delle belve feroci, le avversità atmosferiche, le catastrofi e le sciagure naturali più raccapriccianti, quali terremoti, bradisismi, vulcanismi, frane, incendi, i suoi bisogni fisiologici da soddisfare, ossia la fame, la sete, la necessità di procreare e via discorrendo.
In seguito, con il trascorrere dei secoli l’uomo è riuscito a compiere un immane progresso tecnologico e materiale che lo ha affrancato dal suo primitivo asservimento alla natura, rovesciando il rapporto originario tra l’uomo e l’ambiente. Oggi, infatti, è soprattutto l’uomo che arreca violenza alla natura, ma la relazione rischia di invertirsi nuovamente, a scapito dell’uomo.
Durante la sua lunga evoluzione culturale e materiale l’umanità ha creato e conosciuto svariate esperienze di violenza: la guerra, la tirannia, l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento, la fatica quotidiana per la sopravvivenza, il carcere, la repressione, la rivoluzione, fino alle forme più rozze ed elementari quali il teppismo, la prepotenza, la sopraffazione del singolo su un altro singolo.
Tuttavia, tali fenomeni così disparati, pur nella loro molteplicità e nelle loro apparenti contraddizioni, si possono ricondurre ad un’unica matrice causale, vale a dire la natura intrinsecamente violenta e disumana della struttura sociale e materiale su cui si erge l’organizzazione dei rapporti umani nel loro incessante divenire storico. La cui principale forza motrice risiede nella violenza della lotta di classe, nello scontro e nella competizione tra varie forze economico-sociali per instaurare il controllo e il dominio nella società. Tale scontro di classe si estrinseca sia sul terreno materiale, sia sul versante teorico-culturale, è una lotta per la conquista del potere politico-economico, ma anche per l’affermazione di un’egemonia ideologica all’interno della società.
Il problema fondamentale della violenza nella storia umana (che è scisso dal tema della violenza nel mondo preistorico) è costituito dall’ingiustizia e dalla violenza insite nel cuore delle società classiste. Le quali si fondano sulla divisione classista dei ruoli sociali e sullo sfruttamento materiale di una classe sul resto della società.
Solo quando lo sviluppo delle capacità produttive e tecnologiche della società avrà raggiunto un livello tale da permettere il superamento e l’eliminazione delle ragioni che finora hanno giustificato e determinato lo sfruttamento del lavoro servile e del lavoro salariato, l’umanità potrà compiere il grande balzo rivoluzionario che consisterà in un processo di liberazione dalla violenza dell’ingiustizia e dello sfruttamento di classe.
Ebbene, è un dato di fatto che tali condizioni, connesse al progresso tecnico-scientifico e alla produzione delle ricchezze sociali, siano già presenti nella realtà oggettiva, ma sono mistificate e negate dal persistere di un quadro, ormai obsoleto, di rapporti di supremazia e sottomissione tra le classi sociali.
In tal senso, il potere borghese non è mutato, i suoi rapporti all’interno e all’esterno sono sempre improntati e riconducibili alla violenza. Esso continua a reggersi sulla violenza, in modo particolare sulla forza bruta legalizzata di strutture e istituzioni repressive quali, ad esempio, il carcere, la polizia, l’esercito.
Nel contempo, il potere borghese ha imparato ad impiegare altre forme di controllo sociale, più morbide e sofisticate, addirittura più efficaci, come la televisione e i mass-media. Oggi, infatti, molti Stati capitalistici, soprattutto quelli più avanzati sul versante scientifico-tecnologico, sono gestiti e controllati non solo e non tanto attraverso i sistemi tradizionali della violenza legalizzata, cioè esercito e polizia, quanto soprattutto ricorrendo agli effetti di omologazione e alla forza alienante e persuasiva della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa.
Naturalmente, il discorso sulla violenza non è per nulla concluso, né può esaurirsi in un breve esame come questo, giacché si tratta di un tema talmente ampio, difficile e controverso, da meritare molto più spazio, molto più tempo, molto più studio e molto più ingegno di quanto possa fare il sottoscritto. Per quanto mi riguarda, ho cercato semplicemente di lanciare un input per far scaturire una riflessione adeguata.
Lucio Garofalo


