ENI AGIP
articolo tratto da www.tmcrew.org
Dal 1998 Tactical M
edia Crew segue con attenzione le attività e le pratiche del Gruppo ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) – Agip (Azienda Italiana Generale Petroli).
A partire dalla presenza dell’ENI in Nigeria, zona dove grazie alla copertura offerta dalla dittatura militare le compagnie petrolifere la fanno da padrone affamando le comunità che abitano la zona del delta del Niger, distruggendo pesantemente l’ambiente, e reprimendo con ferocia qualsiasi richiesta di condivisione dei profitti stramiliardari che provengono dall’estrazione del petrolio.
Per maggiori info sulla drammatica situazioni delle popolazioni che abitano il delta del Niger potete consultare Shell-Nigeria [in Kill A Multi!] http://www.tmcrew.org/s-hell
Tornando all’ENI ci sembra importante comunque effettuare un monitoraggio di questo gigante economico italiano che opera in 77 paesi, ha 80.000 dipendenti, fattura 60.000 miliardi di lire l’anno e… ha un utile netto di 5.000 miliardi di lire l’anno.
In un pianeta dove l’effetto serra (il riscaldamento della atmosfera causato soprattutto dalle emissioni di gas esausti, per gran parte generati dalla combustione di idrocarburi) sta già portando devastazioni e mutamenti sensibili del clima, lasciare mano libera alle società petrolifere è decisamente una scelta suicida.
Agip in Ecuador
Ecuador: oleodotto Agip minaccia le foreste del paese
22 Maggio 2001 – Un consorzio di compagnie petrolifere, tra cui l’italiana Agip, ha intenzione di costruire un oleodotto nel bel mezzo di 11 aree protette dell’Ecuador (una di queste ospita 450 specie rare di uccelli).
Dopo numerose proteste internazionali, il ministro dell’ambiente dell’Ecuador ha fatto sapere che lo studio del piano (necessario per costruire l’oleodotto) presentato dal consorzio, è carente di un’analisi dettagliata sulla biodiversità delle zone che saranno coinvolte nella costruzione dell’opera; e quindi deve essere rifatto.
Il 10 Giugno si deciderà se far proseguire il progetto o rigettarlo.
Per mandare una email al consorzio e al governo ecuadoriano è disponibile questo sito con una lettera già pronta.
Aderite e diffondete!!
http://forests.org/emailaction/ecuador_pipeline_mar01.htm
Fonte: REUTERS; traduzione di fabiocchi@genie.it
manifesto 23/1/2000
ECUADOR/INTERVISTA
“Una democrazia partecipativa”, le ragioni degli indios
F. MAR. – QUITO
Abbiamo solo 2.500-2.700 milioni di barili di riserva di greggio esportabile, prodotto dalle imprese statali. Le multinazionali Maxxus, Ypf, Texaco, Agip, Elf, Oxy, non lasciano un soldo allo stato ecuadoriano.
L’ultimo bilancio presentato il mese scorso dice che in 8 anni le multinazionali hanno versato allo stato solo 11 milioni di dollari, mentre hanno avuto oltre un miliardo di dollari in sovvenzioni e sussidi. Gli investimenti privati nel settore petrolifero sono nefasti in Ecuador, specie in aree estremamente delicate dal punto di vista sociale ed ecologico come l’Amazzonia, dove vivono popoli indigeni che ora sono qui con noi. Pensate che la Texaco in 26 anni ha creato qui un disastro ecologico peggiore di quello della Exxon Valdez in Alaska. L’Agip Ecuador trae beneficio da contratti per la distribuzione di gas naturale che sono illegali. Vorrei dire agli italiani: com’è possibile che un’impresa a partecipazione statale venga in un paese povero e prenda soldi senza lasciar nulla grazie a contratti poco chiari?
Agip in Tibet
The International Campaign for Tibet to try to keep Multi National Corporation out of Tibet – and from colluding with the Chinese government to aid in Tibet’s occupation.
The ONLY MNC that is currently drilling for oil or gas in Tibet is Italy’s Agip – which is 36% owned by the Italian government.
Agip/McDrive
16 “ristoranti” McDonald’s nelle stazioni di servizio Agip, con le corsie McDrive, dove il panino si consuma in automobile.
Agip in Nigeria
NIGERIA
A 10,000 strong “carnival of the oppressed,” brought Port Harcourt, Nigeria’s petroleum capital to a standstill. Many were from the Niger Delta where oil corporations are destroying their environment. Shell and Agip had their offices blockaded and a street named after General Abacha was unofficially re-named after Ken Saro-Wiwa and the old signpost pulled out.
SchNEWS 217, Friday 25th June 1999
Nigeria Carnevale degli oppressi 18/6/1999
Gente da tutta la Nigeria e i popoli del delta del Niger hanno partecipato alla giornata di azione globale J18. L’evento che ha coinvolto la Nigeria si chiamava Carnevale degli oppressi
Tactical Media List – http://www.tmcrew.org/lista.htm 18 Feb 1999
AGIP IN NIGERIA
Terra Terra
Tre giovani Ijaw sono stati uccisi presso un terminale dell’Agip nel delta del Niger, l’immensa regione meridionale da cui la Nigeria trae gran parte del suo petrolio.
A sparare sono stati i militari. La notizia, riportata da un giornale locale martedì 9 febbraio, si riferisce a qualche giorno prima e segnala l’ultimo episodio di una annosa battaglia: quella tra le popolazioni del delta nigeriano e le aziende petrolifere, che dalla regione estraggono ricchezza ma lasciano solo inquinamento e distruzione della vita locale.
Ben nota è la vicenda degli Ogoni e del loro mortale conflitto con la Shell (ricordate Ken Saro-Wiwa, impiccato dalla giunta militare nigeriana?).
Negli ultimi mesi, una serie di proteste della popolazione Ijaw sono state represse dai militari col fuoco, lasciando sul campo parecchi morti. Le turbolenze in terra Ijaw mettono in luce anche la connivenza tra militari e aziende petrolifere: alcuni tra i peggiori massacri nei villaggi Ijaw furono compiuti da soldati sbarcati da elicotteri e motolance di proprietà Chevron (vedi TerraTerra del 20 gennaio).
Questa volta invece i militari hanno sparato vicino a un impianto Agip – questo ci deve mettere in allarme. Rappresentanti dell’Agip in Nigeria affermano che l’azienda non è stata coinvolta nell’episodio, e che questo non ha avuto ripercussioni sulla produzione del Brass terminal, 130 mila barili di greggio al giorno. Secondo il giornale nigeriano P.M. News i giovani uccisi erano parte di un gruppo che andava al terminale di Obama per portare all’Agip il loro messaggio: andatevene.
“Noi non siamo stati coinvolti, ma credo che sia avvenuta molto vicino a noi”, un funzionario dell’Agip ha confermato in seguito all’agenzia di stampa Reuter. “Dobbiamo ancora avere conferma di come sono andati i fatti.
Ma se verremo a sapere che Agip è coinvolta, la pagherà cara”, ha dichiarato al giornale nigeriano Oronto Douglas, attivista della rete locale che si batte per i diritti delle popolazioni del Delta.
Le tensioni sociali nel delta del Niger si stanno traducendo in problemi seri per la produzione petrolifera – Shell e’ tra le piu’ danneggiate, perche’ nella regione Ijaw si trova buona parte dei suoi pozzi su terra, chiusi restando quelli nella zona ogoni. Ma proprio Royal Dutch Shell sta progettando nuovi investimenti in Nigeria per 8,5 miliardi di dollari, per lo sfruttamento integrato di gas e petrolio questa volta nei campi off-shore di Bonga (che dovrebbe produrre 350mila barili di greggio al giorno) e nell’impianto di gas liquido Bonny. Il 70 per cento del nuovo investimento verra’ dalla multinazionale, il resto dallo stato nigeriano.
Shell aveva lanciato mesi fa una campagna di distensione con la popolazione ogoni, promettendo finanziamenti allo sviluppo locale, nella speranza di riaprire i pozzi in quella zona. Non ne abbiamo più saputo nulla.
Marina Forti
tratto dal Manifesto del 14 febbraio
16 Ottobre 1998
Nigeria, la rivolta continua
La lotta delle popolazioni del delta del Niger contro lo sfruttamento e la devastazione operata dalle compagnie petrolifere, ed in particolar modo dalla Shell, continua e si radicalizza.
Da circa una settimana la lotta contro i siti Shell si e’ fatta nuovamente intensa. Pochi giorni fa giovani armati della comunita’ Ijaw hanno occupato una decina di stazioni di pompaggio della compagnia richiedendo migliori servizi sociali per la regione.
I manifestanti hanno richiesto ai lavoratori stranieri di abbandonare le installazioni petrolifere della regione, perche’ non sarebbe più stato possibile garantire la loro sicurezza. Nel frattempo sono anche stati sequestrati dai manifestanti due elicotteri della Shell.
L’occupazione delle stazioni rimarra tale fino a che non verranno accolte le richieste dei manifestanti.
Anche l’Agip, per gli stessi motivi, è stata investita dalla rabbia dei manifestanti e afferma che sta perdendo, a causa delle lotte in atto, 150.000 barili al giorno.
Materiali dossier ENI
articolo tratto da Guerra & Pace
ENI: miseria e nobiltà
di Michele Paolini
Il gigante degli idrocarburi, fin dalla nascita uno dei maggiori potentati italiani, ha sepolto la bandiera dell’antimperialismo energetico usata per farsi strada ed è entrato tra le holding del mondo. Appoggiando qualsiasi governo gli garantisca il mantenimento dell’attuale ordine petrolifero, crea spesso instabilità politica e aumento della povertà nella ricerca di sempre nuove e differenziate fonti di approvvigionamento
L’ENI è la holding italiana che opera nel settore energetico: petrolio e gas naturale. Vi fanno capo decine di società, italiane e estere, partecipate o controllate, attive anche nella petrolchimica e nell’ingegneria e servizi, ma con forti interessi ramificati in ambiti non caratteristici.
Il censimento dettagliato della galassia di consociate richiederebbe una mappatura complicatissima e difficilmente decifrabile.
Essa dovrebbe comunque comprendere oltre cento sigle, a cominciare da quella certamente più nota, l’Agip, denominazione con cui ha operato, fino al 1997, una società per azioni cui facevano riferimento più di sessanta altre aziende, operanti in ventitré paesi nelle attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas, il cosiddetto upstream.
Fino a poco fa, le società estere del Gruppo Agip venivano controllate o partecipate – utilizzando un dispositivo finanziario a scatole cinesi – da cinque imprese: Agip Exploration, Agip International, Agip A.G., Agip Africa, Agip Overseas. Ultimamente l’intera struttura societaria Agip è stata avviata a un processo di riorganizzazione, partito nel 1995 e tendente a una configurazione per attività/paese. Uno dei passaggi fondamentali del riassetto è stato l’incorporazione della Capogruppo Agip S.p.A., nel gennaio 1997, da parte della ENI S.p.A., di cui oggi è una divisione. L’Agip ha sempre presidiato, nell’upstream, l’area di maggiore importanza e redditività del gruppo ENI, generando risultati economici pari circa alla metà dell’utile operativo della intera holding, che occupa ormai da tempo una posizione di rilievo nel club delle grandi compagnie mondiali accanto a colossi come Exxon, Royal Dutch Shell, British Petroleum-Amoco, Mobil, Elf Aquitaine, Chevron, Total.
Le attività di raffinazione e distribuzione del carburante sono condotte dall’ENI attraverso le società Agip Petroli e IP Italiana Petroli, per margini però decisamente meno importanti. Basti ricordare che, sul mercato italiano, nella struttura del prezzo al consumo della benzina verde il costo industriale del carburante pesa per un modesto 25%. Inoltre l’ENI opera nel settore petrolchimico (etilene, gomma, polistirene, poliuretano) attraverso l’EniChem; nella posa di condotte sottomarine e nell’installazione di piattaforme attraverso la Saipem; infine nel gas naturale attraverso la Snam. Tra le attività non comprese nel core business, il gruppo opera in modo significativo nel settore assicurativo con la Padana Assicurazioni e nelle costruzioni con l’Immobiliare Metanopoli.
I TASSÌ DI MATTEI
Il gigante degli idrocarburi è stato, fin dalla fondazione voluta nel 1953 da Enrico Mattei, uno dei maggiori potentati italiani: ottime entrature nelle élite veteropadronali dei Mattioli e dei Valletta, cointeressenze governative ai più alti livelli, larga autonomia di manovra (con il denaro pubblico) nella definizione delle proprie politiche, economiche e non. Quale sia stata l’impronta lasciata da Mattei sulla società italiana e sul suo costume politico è da anni materia di riflessione. Ha fatto epoca – e anche scuola – quella sua tanto emblematica dichiarazione: “I partiti politici sono come i tassì: li prendo perché mi conducano dove voglio: io pago la corsa”. Un’affermazione che racchiude, oltreché un abito mentale, tutta una dottrina, per quanto semplice. Tradotta poi sotto forma di strumento di gestione essa è stata notoriamente applicata a lungo e su larga scala, come varie inchieste giudiziarie hanno evidenziato. Si ignora se ciò sia avvenuto solamente in Italia. Tutti sappiamo però dove l’ENI abbia spinto i suoi giri: prima in Medio Oriente e nel Nord Africa, poi nell’Africa subsahariana e nel Mare del Nord, più recentemente nelle Repubbliche centroasiatiche ed in Cina. Insomma in molti posti, anche assai lontani, dove non sempre basta “pagarsi il tassì”, ci vogliono ben altri mezzi.
UN GIGANTE IN CRESCITA
A quarantacinque anni dalla nascita il gruppo esibisce “buoni fondamentali”. La struttura finanziaria e i conti presentati negli ultimi anni sono cioè tutti di segno positivo. L’utile netto, attestato a 3.213 miliardi nel 1994, ha superato quota 4.000 nel 1995, migliorando ulteriormente nel 1996 e raggiungendo i 5.118 miliardi alla chiusura del 1997. E l’andamento delle entrate rimane orientato verso la crescita anche alla fine del primo semestre 1998, con un utile già arrivato ai 3.650 miliardi. Il miglior risultato parziale fra tutte le compagnie petrolifere, ottenuto per di più a fronte del crollo della quotazione del greggio, scesa dai 24,91 dollari al barile del 1997 agli attuali 14.
Se sono favorevoli i conti e gli indici di bilancio, lo sono ancor di più le prospettive dei ricavi attesi: risultano aumentati infatti gli investimenti nell’upstream, con l’obiettivo dichiarato di portare la produzione di idrocarburi da 1 a 1,2 milioni di barili al giorno entro il 2000; sono state incrementate le riserve certe di gas e petrolio ed è stato sviluppato il portafoglio ordini nel settore ingegneria e servizi. Ma ci sono consistenti aspettative anche nel mercato interno del gas naturale, stimato in crescita con un tasso medio annuo del 6 %. Beninteso, la pirotecnia degli indici di bilancio val bene qualche sacrificio: dal 1993 al 1997 il numero degli occupati ENI si è ridotto infatti da 108.556 a 80.178 unità. Ciò che nel frasario chic si definirebbe come l’avvento di un modello organizzativo “sempre più snello e imprenditoriale”.
OTTAVA SORELLA
Sono finiti i tempi in cui l’eroe fondatore Mattei alla guida del carrozzone di stato tentava spericolatamente di immettersi nel grande circuito petrolifero strombazzando l’inno dei nazionalismi arabi e aggiungendo, per puro calcolo, una nota stonata al coro della protesta anticoloniale. Oggi l’ENI può vantare tra le sue grandi realizzazioni anche l’esito positivo del processo di privatizzazione. Quale sia il significato effettivo di questa ciclopica ma intangibile manovra resta da approfondire. Comunque sia, l’operazione di sbarco in borsa scattata nel 1995 si è regolarmente conclusa con la collocazione sul mercato di una consistente fetta del capitale sociale. Dal giugno 1998, con l’avvenuta offerta pubblica di vendita della quarta tranche di azioni ordinarie, lo stato italiano ha portato la sua partecipazione al di sotto del 50 %. Ora, sepolta definitivamente la bandiera dell’antimperialismo energetico, il titolo ENI viene scambiato a Piazza Affari e a Wall Street e l’amministratore delegato Franco Bernabé – l’ultimo della schiatta dei Mattei, dei Cefis e dei Reviglio – può contare su una poltrona sicura al tavolo dei potenti della terra in occasioni come il summit sull’andamento del prezzo del greggio svoltosi a Venezia il 3 e 4 ottobre.
IL POTERE DELL’OLIO
Il controllo del petrolio, risorsa strategica alla base di ogni sviluppo e volàno di tutti i mercati, è, evidentemente, un fatto di potere. Risulta difficile dire se sia l’affare del petrolio ad avere un alto contenuto politico oppure la politica ad averne uno altamente petrolifero. Nessuno comunque ha mai potuto negare che spesso, negli ultimi cinquant’anni, quando i governi dei paesi industrializzati si sono decisi all’opzione militare nella gestione delle situazioni conflittuali, dalla crisi di Suez alla guerra del Golfo, il sottosuolo dei campi di battaglia fosse pieno di greggio. E anche quando tacciono le armi i rappresentanti delle compagnie di stanza nei paesi produttori, chiamati a compiti di diplomazia indiretta, hanno maggiore familiarità con i vari dittatori e funzionari ministeriali che con i tecnici e gli addetti all’estrazione. A seconda poi del peso specifico espresso dai governi occidentali – Washington e Roma non contano ovviamente allo stesso modo – il ruolo dei manager assume un carattere più spiccatamente politico. Nel caso italiano, su piazze come Il Cairo, Tripoli, Tunisi, Algeri, Lagos, Pointe Noire o Luanda, dove gli interessi ENI sono molto consistenti, i rapporti tra il personale diplomatico italiano e gli organismi dirigenti dell’azienda, sempre strettissimi, fanno registrare qualche volta una netta preponderanza dell’iniziativa ENI.
LA POLITICA ESTERA DI METANOPOLI
Proprio a partire dall’analisi degli scenari geopolitici vengono delineandosi le strategie di tutte le grandi holding, non esclusa l’ENI. In primo luogo perché le riserve e la produzione del greggio sono concentrate soprattutto nel Medio Oriente, un’area percorsa dalle note, irrisolte tensioni. Nella crisi di Suez, quando si trattò di scardinare l’ordine petrolifero mondiale del secondo dopoguerra, conquistando un posto al sole accanto alle “Sette Sorelle”, Mattei si schierò nel processo politico a favore dell’Egitto e contro Francia e Inghilterra. Per le stesse ragioni, nella guerra d’Algeria sempre Mattei prendeva le parti dei fautori dell’indipendenza algerina contro la Francia. Poi, al momento di capitalizzare il vantaggio propagandistico acquisito, siglò con lo scià lo storico accordo per il petrolio iraniano, che riconosceva al paese produttore il 75% degli utili e, così facendo, demoliva il principio del fifty-fifty, fino ad allora ritenuto estrema linea difensiva del cartello delle compagnie internazionali contro le crescenti richieste dei governi esportatori. Centrato l’obiettivo di prendere posto nel precedentemente contestato club esclusivo delle “Sette Sorelle” l’ENI si è ritrovata, per dirla con le parole dell’attuale presidente Guglielmo Moscato, “saldamente inserita nel gotha petrolifero internazionale”. E, con il raggiungimento di questo traguardo, le sue politiche si sono fatte molto più miti. La holding italiana ha anzi offerto, nel corso dei decenni, il suo aiuto fraterno a leadership di qualsiasi genere, da Mubarak a Gheddafi, da Zeroual a Abubakar, purché garanti dello status quo e del nuovo ordine petrolifero.
MATRIMONI D’AFFARI
Nel business del petrolio i matrimoni d’affari si fanno sempre a tre. E dall’unione nessuna delle parti esce più povera, naturalmente. Delle tre parti in questione, una è costituita dal governo del paese esportatore, che accorda lucrose concessioni per l’esplorazione e lo sfruttamento di aree del suo territorio; un’altra dalla compagnia petrolifera concessionaria, che ripartisce i suoi utili con un ente governativo del paese produttore secondo modalità definite di volta in volta nei singoli accordi di concessione; la terza è rappresentata dai governi degli stati importatori, che raccolgono notevoli entrate attraverso l’imposizione di tasse talvolta molto elevate – in Italia oltre il 70% – sulla vendita della benzina. La forzata convivenza tra simili soggetti, dagli appetiti spesso famelici, si regge su equilibri difficili, precari e rischiosi. Uno dei fattori necessari alla loro tenuta è la corretta applicazione di un elementare criterio di gestione: la diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Per le compagnie e i paesi importatori avere differenti punti di rifornimento, situati in aree geopolitiche diverse, significa infatti poter frazionare il rischio e non concedere grande potere contrattuale a nessuno di loro. Ecco perché, se portiamo la nostra osservazione sulle aree di provenienza degli idrocarburi ENI, ci troviamo dentro le componenti di una miscela geopolitica accuratamente bilanciata.
PAESI IN VIA DI SOTTOSVILUPPO
Quattro sono le aree e, di queste, due sono le più importanti: il Nord Africa e il West Africa, ciascuna con poco più del 30% di peso percentuale sull’intero approvvigionamento della holding. È dunque di provenienza africana oltre il 60% delle risorse ENI.
Il paese che contribuisce maggiormente a formare questa quota è la Libia, poi, nell’ordine, la Nigeria, l’Egitto, il Congo, l’Angola e, con quantità molto inferiori, la Tunisia e l’Algeria. Nella maggior parte di queste nazioni la manna petrolifera cade a senso unico su ristrettissime élite, mentre l’economia non decolla o è addirittura in fase di recessione. E l’industria petrolifera, che reclama stabilità politica a tutela dei suoi investimenti, qualche volta, come in Congo nelle vicende di fine 1997, è la principale causa di instabilità. Le altre due aree di approvvigionamento, entrambe con un peso attorno al 15%, sono il Mare del Nord e l’Italia. Nel nostro paese l’ENI estrae più del 30% di tutto il suo gas naturale. Una posizione di mercato molto forte, posta oggi sotto inchiesta dall’Autorità Antitrust, ma per quasi mezzo secolo costruita, e proprio da quell’azienda che predica la “progressiva e strutturale apertura del mercato”, grazie a una serie di leggi, decreti ministeriali e altri regolamenti eliminati soltanto l’anno scorso che sancivano l’esclusiva ENI nelle attività di prospezione, ricerca, coltivazione e stoccaggio degli idrocarburi in Val Padana.
Nel settore del gas naturale Metanopoli nutre ora idee di espansione verso l’Europa Orientale. In questa direzione sono già stati siglati due importanti accordi: quello annunciato nello scorso mese di settembre tra Snam e INA, l’ente petrolifero croato, nel quadro di un progetto denominato GEA (Gas Energy Adriatico), per lo sfruttamento di giacimenti tra la costa italiana e dalmata, la posa di 330 chilometri di gasdotto e l’esportazione di gas verso la Croazia. Ma ancora prima c’era stata l’intesa, raggiunta a febbraio, con la russa Gazprom per un grande investimento in azioni, sigillo finanziario di una più ampia strategia industriale. È nota l’importanza del gas russo, che pesa per il 25% sul totale dei rifornimenti italiani. L’ENI continua a seguire con attenzione tutte le fasi del disastro russo, non nascondendo il suo interesse per una qualche prospettiva di acquisizione del colosso energetico ex sovietico. “La crisi russa”, ha dichiarato Franco Bernabé, “è per noi un’importante occasione di sviluppo”.
Osservazione spregiudicata, di fronte allo spettacolo di un paese finito sul lastrico.
ArsENIco
Un libricino stampato da stampa alternativa illustra dettagliatamente lo scempio ambientale fatto dall’Eni anche nel territorio italiano con le miniere.
Come avvelenare la maremma fino alla catastrofe ambientale sembra solo un titolo ad effetto ma non e’ così!!!
http://web.tiscalinet.it/barocci/arsenico/ dove troverete aggiornamenti sul caso e informazioni su come scaricare il testo integrale, ma soprattutto una galleria di immagini dei siti inquinati.



“Tangenti Nigeria: ENI rischia grosso (e paga cash)”
Articolo tratto dal portale Indymedia al link:
http://piemonte.indymedia.org/article/8981
Si legge nel verbale – bozza – della Riunione N. 5 del 3 marzo 2010. Quelli di Indymedia.org sono “rompicoglioni”. L’ENI infastidita da Indymedia perché anticipa on-line il contenuto di documenti che dovrebbero rimanere riservati. Chi corrompe paga e i cocci son i suoi.
Altana Pietro, l’agente del Sismi che ha spiato anche l’ENI pare che avrà una bruttissima sorpresa. Ci penseranno l’Avv. Vincenzo Roppo e Berneschi di Banca Carige a mettergli il bastone in mezzo alle ruote. Anche noi di Indymedia probabilmente ci prenderemo una tiratina d’orecchi perché siamo scassaminchia. Però l’ENI rischia di più.
Per le tangenti in Nigeria, oltre a pagare 240 milioni di $ al Departments of Justice USA e 130 milioni di $ alla SEC l’ENI (la capogruppo) rischia di beccarsi anche un’incriminazione per corruzione, riciclaggio e associazione per delinquere.
Poi c’è il procedimento in Italia a carico dell’ENI che è nella fase delle indagini preliminari, ed è ancora pendente il ricorso in Cassazione sulla misura interdittiva a carico di Saipem e ENI.
E poi tu Scaroni t’indigni se uno di noi sputtENI la tua società corrotta?
(Trascrizione Verbale CDA E.N.I. S.p.A. del 3 marzo 2010)
PRIVILEGED AND CONFIDENTIAL
NOTE PER IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DELL’ENI SPA
RIUNIONE N. 5 DEL 3 MARZO 2010
DRAFT
omissis
Il Presidente procede all’esame del punto 1 dell’ordine del giorno:
1. Valutazioni in merito a procedimenti in corso.
Dà preliminarmente lettura della nota di seguito riportata:
«Intervento introduttivo del Presidente Paolo Scaroni
Cda 3 marzo 2010
Ricordo che il CdA di Eni ed il sottoscritto sono venuti a conoscenza nel consiglio di amministrazione del 29 luglio 2004 della iniziativa promossa dalla SEC quando 1′allora amministratore delegato Mincato informava il Consiglio che la SEC aveva richiesto collaborazione volontaria all’Eni per acquisire informative.
Nella relazione semestrale 2004, approvata nel CdA del 21 settembre 2004, è stata data informativa sotto il paragrafo Consorzio TSKJ- Indagini della SEC.
Ricordo anche che il CdA di Eni è venuto indirettamente a conoscenza di indagini da parte della Procura della Repubblica di Milano nel CdA 25 settembre 2008; successivamente, nel CdA 13 marzo 2009, è stato informato dall’amministratore delegato che in data 10 marzo 2009 la Procura aveva formulato richiesta scritta ad Eni di esibizione di documenti.
Nella Relazione semestrale 2002, approvata nel CdA del 30 luglio 2009, è stata data informativa sotto il paragrafo Consorzio TSKJ indagini delle autorità statunitensi, italiane e di altri paesi. Successivamente in data 7 agosto 2009, la relazione semestrale è stata integrata a seguito della notifica, in data 31 luglio 2009, a Eni e Saipem da parte del GIP di Milano di fissazione di una udienza in camera di consiglio per il 22 Settembre 2009 in relazione a un procedimento instaurato dal P.M. ai sensi del D. Lgs.231/2001.
Il Consiglio è stato tenuto costantemente informato dall’amministratore delegato con 17 informative tra il 25 maggio 2005 e l’11 febbraio 2010, sia sulle indagini del Department of Justice e della SEC sia su quella della Procura di Milano.
In corrispondenza sono state progressivamente aggiornate le informazioni rappresentate nei bilanci e nelle relazioni semestrali fino all ‘ultima del 2009 di cui si è detto sopra.
Nel consiglio del 25 febbraio 2010, per quanto l’argomento non fosse all’ordine del giorno, 1′amministratore delegato, con la collaborazione del responsabile dell’Ufficio Legale, ha rappresentato l’opportunità che il Consiglio Eni, nella ipotesi di una possibile prossima definizione con il Department of Justice USA, valuti 1′eventuale accantonamento nel bilancio 2009 di una posta straordinaria per rischi di circa 250 milioni di € accantonamento non previsto nel preconsuntivo 2009 presentato dall ‘amministratore delegato al Consiglio dell ’11 febbraio 2010. Da questo è nata 1′esigenza di tenere un consiglio ad hoc, quello odierno, nel qua/e fossero fornite tutte le informazioni aggiornate e fosse valutato il comportamento da tenere, per la redazione del bilancio 2009 tenuta presente anche l’acquisizione delle opinioni e dei pareri di tutti i legali che assistono Eni.
omissis
Eni ha ricevuto notizia che il portale Indymedia è in possesso di memorandum riservato predisposto dall’Avv. Mantovani e sarebbe intenzionata a pubblicarlo su internet (pagamento di 254 milioni di $ al Department of Justice USA). L’iniziativa potrebbe determinare non poco imbarazzo e negative ripercussioni per l’immagine del Gruppo.
omissis
Il sito Indymedia.org ha scritto alcuni articoli su Altana Pietro (persona già segnalata all’Eni sin dal 1990 che risulta essere collegata ai servizi segreti). A quanto riferito alcuni avvocati d’affari risulterebbero attenzionati (Franco Bonelli,Vincenzo Roppo, Victor Uckmar, Sergio Maria Carbone). Poche settimane fa, da come c’è stato rappresentato, il Prof. Vincenzo Roppo e il Dr. Giovanni Berneschi (Banca Carige) hanno formulato un’esposto contro Altana Pietro alla Procura della Repubblica di Genova chiedendo il sequestro dei computer dell’agente dei servizi segreti (pm Andrea Canciani).
omissis
(relativamente al sito di Pieve Vergonte risulta che per l’appello l’Eni ha corrisposto allo Studio Bonelli l’importo di 1.048.000 euro)».
omissis
Invita l’Amministratore Delegato a illustrare l’argomento al Consiglio.
L’Amministratore Delegato, con l’assenso del Presidente, invita a partecipare alla riunione il CFO, Alessandro Bernini, il Direttore Amministrazione e Bilancio, Andrea Simoni, il Direttore Affari Legali, Massimo Mantovani, e i consulenti di Eni, professori Franco Bonelli, Angelo Giarda e Paola Severino, per contribuire all’illustrazione dell’ argomento.
Mantovani informa che sono proseguiti i contatti con le autorità americane, tramite il consulente di Eni, lo studio Sullivan & Cromwell. Per quanto riguarda il Department of Justice sembrerebbe possibile pervenire ad un accordo basato su una “deferred prosecution”, l’esclusione di un “monitoring” giudiziale sulla società e una sanzione di importo analogo a quella concordata con Technip. Inoltre il DoJ accetta, in principio, che parte dell’accordo sia SnamProgetti Nederland BV, ma la questione va approfondita. Per quanto riguarda la SEC i contatti sono ad uno stadio meno avanzato; la sanzione che potrebbe essere concordata potrebbe essere di circa 150 milioni di dollari.
Secondo quanto riferito da Sullivan & Cromwell, laddove non vi sia un principio di accordo entro il mese di marzo, esiste il pericolo che sia avviata un’ azione formale. L’azione potrebbe riguardare anche Saipem ed Eni e, al reato al momento ipotizzato di corruzione, potrebbero aggiungersi fattispecie più gravi, quali il riciclaggio o l’associazione per delinquere. Un “settlement” dopo l’avvio dell’ azione sarebbe più difficile e implicherebbe un “plea of guilty” con effetti interdettivi e una sanzione di importo maggiore. Precisa che anche nel caso della “deferred prosecution” vi sarebbe un’ammissione di responsabilità per i fatti contestati, ma sembrerebbe che tali fatti, analogamente a quanto avvenuto per KBR e Technip, non vadano oltre il giugno del 2004 e tale circostanza mitigherebbe la portata della dichiarazione di responsabilità.
Il Consigliere Scibetta chiede se l’ultimo elemento menzionato da Mantovani sia certo, in quanto avrebbe effetti rilevanti sul giudizio in Italia.
Mantovani risponde che la certezza si potrà avere solo quando sarà esaminato lo “statement of facts”.
Per quanto riguarda il procedimento penale in Italia cede la parola ai consulenti di Eni presenti.
La Prof.ssa Severino informa che il procedimento in Italia è ancora nella fase delle indagini preliminari. Ricorda peraltro che è pendente il ricorso in Cassazione sulla misura interdittiva a carico di Saipem ed Eni. Ritiene che l’eventuale transazione negli Stati Uniti non avrebbe effetti sull’esito del procedimento cautelare, in quanto il ricorso in Cassazione verte solo su un principio di diritto. Sono invece possibili interferenze sull’indagine in corso in quanto la Procura potrebbe utilizzare a suo vantaggio l’ammissione di responsabilità connessa alla “deferred prosecution”. Aggiunge però che la società ha validi argomenti difensivi da spendere. In particolare potrebbe essere fatta valere la prescrizione se i fatti contestati, nei confronti della società, non sono successivi alla metà di giugno del 2004. Ritiene pertanto che la conferma della data dei fatti considerati dalle autorità americane è di assoluto rilievo. Fa presente che vi potrebbe essere anche il rischio di richiesta di un’ulteriore misura cautelare da parte della Procura ed in particolare della richiesta di un provvedimento di sequestro.
Il Prof. Giarda illustra gli argomenti di difesa sostenuti da Eni nel procedimento cautelare: la carenza assoluta di giurisdizione italiana, essendosi i fatti svoltisi interamente all’estero e riferibili a SnamProgetti Nederland BV; la mancanza del presupposto edittale per l’applicazione della sanzione interdittiva; la prescrizione dell’illecito amministrativo, essendo l’ultimo pagamento avvenuto il 15 giugno del 2004; la non utilizzabilità degli atti trasmessi dal DoJ alla Procura su richiesta di questa, trattandosi di atti formati all’estero; l’insussistenza del fumus boni iuris; l’erronea identificazione dei soggetti, Saipem ed Eni, nei cui confronti è stata chiesta la misura cautelare; il ne bis in idem internazionale, come possibile principio violato.
Fa presente che il giudice per le indagini preliminari ha accolto gli argomenti del difetto di giurisdizione, della non applicabilità della sanzione interdittiva cautelare e della non riconducibilità dei fatti a Saipem ed Eni. Il Tribunale del riesame dal canto suo ha confermato l’ordinanza del g.i.p., ma ha lasciato in ombra le questioni della giurisdizione e dell’identificazione del soggetto nei cui confronti è stata richiesta la misura cautelare. La Procura ha infine impugnato la decisione del Tribunale del riesame contestando l’affermazione che la misura cautelare non sarebbe consentita.
La Prof.ssa Severino sottolinea che l’eventuale transazione negli Stati Uniti da parte di SnamProgetti Nederland BV avrebbe rilievo in relazione agli argomenti sostenuti dall’Eni, in quanto confermerebbe la giurisdizione americana, con possibilità di far valere il principio del ne bis in idem ed evidenzierebbe il soggetto al quale sono realmente riconducibili i fatti.
Mantovani informa che il consiglio di amministrazione di SnamProgetti Nederland BV dovrebbe riunirsi a breve per valutare l’ipotesi di transazione.
Il Prof. Giarda condivide le osservazioni da ultimo formulate dalla Prof.ssa Severino relativamente alla rilevanza della transazione negli Stati Uniti sul giudizio in Italia. Fa peraltro presente che l’ammissione di responsabilità verrebbe fatta dal rappresentante legale attuale di SnamProgetti Nederland BV, in nome della società, ma avverte che non vi è conoscenza dei fatti effettivamente posti in essere dalle singole persone fisiche coinvolte nel giudizio in Italia.
Il Prof. Bonelli esprime l’opinione che convenga concludere la transazione negli Stati Uniti. La transazione avrebbe l’effetto positivo di confermare che l’ultimo pagamento è avvenuto il 15 giugno del 2004 e che il soggetto coinvolto è solo SnamProgetti Nederland BV. Di converso avverte che, da un punto di vista metagiuridico, il pagamento di una somma negli Stati Uniti potrebbe indurre la Procura a ritenere che un pagamento sia dovuto anche in Italia.
L’Amministratore Delegato osserva che in ogni caso, anche senza transazione, la società dovrebbe effettuare uno stanziamento a fronte del procedimento in corso negli Stati Uniti; questa è anche l’opinione del Comitato per il controllo interno. Pertanto l’effetto metagiuridico al quale ha fatto riferimento il Prof. Bonelli si verificherebbero comunque. Stando così le cose ritiene preferibile concludere la transazione, considerati gli effetti positivi che essa avrebbe.
Il Prof. Bonelli precisa che l’ammissione di responsabilità negli Stati Uniti non sarebbe un fatto positivo, però la società ha validi argomenti di difesa dalla sua parte. Ricorda in particolare che il socio della joint venture era SnamProgetti Nederland BV e che il rappresentante di KBR, Stanley, nel corso dell’interrogatorio disposto dalla Procura, ha affermato che Eni era all’oscuro dei fatti. Osserva inoltre che il principio del ne bis in idem è un principio di buon senso che ha la sua rilevanza. In particolare gli accordi internazionali di cooperazione giudiziaria dispongono che, quando vi è un conflitto di giurisdizione, le parti contraenti, cioè gli Stati, si consultano per decidere quale sia la giurisdizione più appropriata al caso.
L’Amministratore Delegato informa di aver chiesto al Responsabile relazioni istituzionali, Bellodi, di fare un approfondimento in merito agli accordi internazionali vigenti in materia tra Stati Uniti e Italia. Invita quindi Bellodi a partecipare alla riunione.
Bellodi entra nella sala della riunione alle ore 11,30
Bellodi fa presente che nei trattati vigenti tra Italia e Stati Uniti non vi sono disposizioni specifiche di ausilio. Peraltro emerge dai testi un dovere generale di cooperazione tra le autorità e un principio di buon senso. Il problema è trovare il modo per farli valere nel caso di specie. Al riguardo osserva che il trattato di cooperazione con gli Stati Uniti fu fatto dall’Unione Europea e in Europa, nell’ambito di Eurojust, l’organo per la cooperazione giudiziaria in ambito europeo, è riconosciuto il divieto del ne bis in idem. Si potrebbe pertanto sollecitare la Presidenza del Consiglio ad attivarsi presso gli organi comunitari affinché questi prendano un’iniziativa nei confronti degli Stati Uniti.
Il Prof. Bonelli ribadisce di essere favorevole allo stanziamento in bilancio, suggerendo di precisare che esso viene effettuato in relazione al procedimento negli Stati Uniti.
Il Consigliere Scibetta osserva che con la transazione si rinuncia a far valere il difetto di giurisdizione negli Stati Uniti. Chiede qual è il grado di fondatezza ditale eccezione.
Mantovani risponde che il difetto di giurisdizione ha alla base argomenti solidi, ma Sullivan & Cromwell suggerisce di procedere alla transazione per i possibili rischi dell’avvio di un’ azione penale. Fa presente che a seguito della modifica del Foreign Corruption Act nel 1998 l’eccezione di giurisdizione è più debole. Inoltre, qualora venisse mossa l’accusa di riciclaggio, l’eccezione perderebbe consistenza. Infine osserva che non si ha evidenza certa dei fatti avvenuti negli stati Uniti.
L’Amministratore Delegato chiede in base a quali motivazioni KBR è stata condannata negli Stati Uniti.
Mantovani risponde che KBR è una società americana e alcuni dei fatti imputati erano avvenuti negli Stati Uniti.
Il Consigliere Scibetta chiede se la posizione di Sullivan & Cromwell sulla vicenda è netta.
Mantovani risponde che Sullivan prospetta i vari scenari e da questi emerge che è preferibile pervenire ad una transazione.
Il Consigliere Scibetta dichiara di prendere atto di quanto rappresentato da Mantovani.
Con riferimento al principio del ne bis in idem, il Presidente chiede se è ipotizzabile un regolamento di competenza internazionale, in particolare ove fossero avviate azioni cautelari in più ordinamenti.
La Prof.ssa Severino risponde che in materia di sequestro non sarebbe possibile. Un eventuale regolamento di giurisdizione andrebbe proposto sulla base degli accordi internazionali, attraverso l’Unione Europea.
Il Presidente chiede quali sarebbero i tempi per il regolamento di giurisdizione.
Il Prof. Giarda osserva che occorre verificare lo stato di attuazione della legge 3 agosto 2009 n. 116, che ha ratificato e dato esecuzione in Italia alla Convenzione ONU contro la corruzione. La Convenzione è stata ratificata sia dalla Nigeria che dagli Stati Uniti cd è da questo atto internazionale che vanno ricavati i principi internazionali da applicare nel caso di specie, senza dover coinvolgere l’Unione Europea. Aggiunge che occorre sensibilizzare il Ministero della Giustizia sull’argomento.
Il Consigliere Marchioni si congratula preliminarmente per l’attività di difesa svolta dai consulenti della società e dichiara di essere stato tranquillizzato da quanto è stato riferito. Chiede quali sarebbero le possibili difese in caso di sequestro richiesto dalla Procura. Osserva che un doppio pagamento, negli Stati Uniti e in Italia, conseguente alla transazione, desta preoccupazione e che il principio del ne bis in idem è invocabile in caso di identità dei soggetti coinvolti ma, nel caso di specie, mentre negli Stati Uniti il soggetto della transazione sarebbe SnamProgetti Nederland BV, in Italia i soggetti coinvolti sono Eni e Saipem.
La Prof.ssa Severino risponde che, ove venisse disposto un sequestro, le difese della società sarebbero le stesse fatte valere contro la misura interdittiva.
Il Prof. Giarda fa presente che l’osservazione del Consigliere Marchioni sul ne bis in idem è corretta dal punto di vista formale. Peraltro l’onere della transazione ricadrebbe su Eni, in forza dell’accordo stipulato con Saipem al tempo della cessione di SnamProgetti. Ritiene pertanto che, da un punto di vista sostanziale, le obiezioni possano essere superate.
Mantovani aggiunge che la SEC intende coinvolgere anche Eni, in quanto quotata negli Stati Uniti.
Il Presidente chiede al CFO quali modifiche verrebbero apportate al bilancio.
Il CFO risponde che, nel caso in cui il Consiglio decidesse di effettuare un accantonamento, verrebbe integrato il fondo contenziosi legali e ciò modificherebbe l’utile netto “reported”, in quanto si tratta di una partita straordinaria.
Il Presidente chiede se verrebbe modificato anche l’utile operativo.
Il CFO risponde che verrebbe modificato sia l’utile netto sia l’utile operativo, ma solo il “reported” e non l”‘adjusted”.
Il Presidente del Collegio sindacale fa presente che, oltre alla modifica delle poste di bilancio, è importante fare un’appropriata ‘disclosure” sulla questione.
Il CFO risponde che dopo l’approvazione del bilancio, nella riunione consiliare dell’11 marzo, verrebbe diffuso un comunicato stampa che darebbe notizia della variazione rispetto ai dati di consuntivo e rinvierebbe alla più ampia “disclosure” presente in bilancio, che sarebbe contestualmente reso pubblico.
L’Amministratore Delegato aggiunge che il mercato si attende un riferimento alla vicenda del consorzio TSKJ e prevede che non ci saranno effetti negativi.
Il Consigliere Scibetta chiede quale sarebbe l’importo dell’accantonamento.
Mantovani risponde che si pensa ad un onere di 230-240 milioni di dollari per la transazione con il DoJ; la somma necessaria per la chiusura dell’indagine SEC è allo stato ancora incerta, ma è ipotizzabile un importo di 120-130 milioni di dollari.
L’Amministratore Delegato ritiene che l’accantonamento complessivo possa essere di 250 milioni di euro, analogo a quello di Technip.
Il Sindaco Silva chiede informazioni sullo stato del procedimento contro Technip in Francia.
Mantovani risponde che il giudizio è ancora in corso, ma aggiunge che la procura francese ha assunto un atteggiamento meno aggressivo nei confronti di Technip.
Il Sindaco Silva chiede se l’intervento dell’Unione Europea può interessare anche Technip.
Il Presidente chiede, al riguardo, se vi siano controindicazioni nello scambiare informazioni con Technip sulle vicende giudiziarie in corso.
Mantovani risponde che i rapporti con Technip riguardano solo temi di bilancio e di “disclosure”, per i quali non vi sono controindicazioni.
L’Amministratore Delegato fa presente che, laddove i termini della transazione fossero sostanzialmente diversi da quanto rappresentato nella riunione odierna, la questione verrebbe risottoposta al Consiglio.
Il Presidente del Collegio sindacale chiede se la somma da accantonare è fiscalmente deducibile.
Simoni risponde negativamente in quanto si tratta della correzione di una plusvalenza realizzata per la vendita di azioni.
Il Presidente del Collegio sindacale invita ad approfondire il tema.
L’Amministratore Delegato, in relazione alle informazioni rese e al dibattito svoltosi sui procedimenti in corso in relazione al consorzio TSKJ, propone che il Consiglio condivida che SnamProgetti Nederland BV prosegua le trattative con le autorità americane al fine di pervenire ad una transazione nei termini illustrati, invitando l’Amministratore Delegato, sulla base del presumibile esito della trattativa, a proporre, in sede di approvazione del bilancio, l’eventuale accantonamento da effettuare a tal fine.
Il Presidente sottopone al Consiglio la proposta dell’Amministratore Delegato.
Il Consiglio di amministrazione, all’unanimità, approva la proposta del Presidente.
omissis
Doc. pdf completo: “Eni_tangenti_Nigeria”
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L’Italia diffida l’Eni a pagare subito 2 miliardi di euro
Per le tangenti in Nigeria, oltre a pagare 240 milioni di $ al Departments of Justice USA, l’E.N.I. S.p.A. ha pagato cash altri 130 milioni di $ alla SEC (US Securities and Exchange Commission).
Quando l’han saputo le autorità italiane più di qualcuno ha avuto un tracollo di bile. Cacchio, com’è possibile che l’ENI in Italia uccida sistematicamente l’ambiente, ammazzi l’ecosistema, viene condannato in tribunale per disastro ambientale e non scucia un baiocco? Invece negli Stati Uniti che è successo? Appena le autorità di controllo han inquisito l’ENI per le tangenti pagate in Nigeria a membri del Governo africano, Scaroni (Amministratore Delegato dell’Eni) ha pagato subito – senza fiatare – oltre 370 milioni di dollari!
E’ un paradosso! Più che un paradosso una vera presa per il culo.
Così l’unico funzionario governativo illuminato ch’è rimasto sulla faccia di questa sfigatissima penisola s’è preso la briga di prendere carta e penna ed inviare a Syndial Spa (controllata dell’ENI) una cazzutissima diffida a pagare del seguente tenore:
“in forza della sentenza n. 4991 del 1° luglio/8 luglio 2008 del Tribunale di Torino la Syndial Spa Attività Diversificate (già Enichem Spa) deve al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare la somma di Euro 1.833.475.405,49 con maggiorazione di interessi legali dalla data della sentenza al saldo (ed oltre alle spese legali liquidate in Euro 16.884.981,87). Con la presente si invita a dar corso al pagamento del dovuto, salva l’attivazione al fine della eventuale transazione globale, delle procedure di cui all’art. 2 della Legge n. 13/2009. All’uopo dovranno essere presi diretti e pronti contatti con il Ministero che legge per conoscenza. Si avverte che, decorso inutilmente il termine di 60 giorni dal ricevimento della presente, si agirà esecutivamente. L’Avvocatura Distrettuale dello Stato”.
Ecco. Se l’Eni cha tutte quelle centinaia di milioni di dollari per pagare d’amblè le sanzioni alle autorità statunitensi allora che metta subito mano al portafogli e paghi immediatamente per i gravi danni ambientali che ha prodotto in casa sua (in primis il disastro ambientale di Pieve Vergonte). Gli azionisti ed i loro dividenti posso aspettare (la prossima volta cos imparano ad investire i loro quattrini in una società a più alto tasso di eticità).
Sennò è capace che qualche ufficiale giudiziario possa capitare dalle parti di San Donato Milanese a sequestrare dal mobilio ai computers sino alle mazze dal golf del Presidente Paolo Scaroni (tanto con l’handicap che si ritrova ne sentirà poco la mancanza).
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