giu 09 2009

L'anarchia dopo la tempesta – di Michele Fabiani

La crisi del capitalismo non sta affatto portando, in questo primo momento, a nessuna alternativa antagonista e rivoluzionaria, ma piuttosto alla crescita della reazione, del razzismo, dell’autoritarismo, della repressione e del giustizialismo. Perché? Si tratta di una reazione preventiva, di un modo per fermare e anticipare il movimento rivoluzionario? Magari. Ma le cose non stanno affatto così. Non esiste, al momento, alcun movimento rivoluzionario, non esiste alcun modello alternativo a questo capitalismo se non il capitalismo stesso in una variante più nazionalista e protezionista. E’ora di agire…ma anche di riflettere.

 

CRISI DEL MODELLO INDUSTRIALE

Il modello industriale non è più un faro da seguire, ma un cancro per il pianeta. La borghesia che ha puntato su questo modello lo relega al mondo povero e lo cancella dai maggiori paesi, i marxisti che credevano nella superiorità del proletariato industriale e della classe operaia sono rimasti delusi. Eppure l’industrializzazione non è mai stata così forte, non ci sono mai stati nella storia tanti operai nel mondo, non ci sono mai state tante fabbriche e non era mai capitato che più della metà della popolazione della Terra non coltivasse la terra. In altre parola per la prima volta più della metà della popolazione non mangia ciò che produce. Questa non è una curiosità statistica, ma un dramma.

L’industrializzazione non è mai stata così forte, ma il modello industriale non è mai stato così odiato. I campi sono stati trasformati in “fabbriche di cibo”, la gran parte dei contadini che ci vivevano sono in fuga verso le megalopoli, città sempre più grandi e sempre più povere con milioni di persone relegate nelle baracche. 

La classe operaia invece che guidare magicamente gli oppressi, nel paese più industrializzato del  momento, l’India, è in guerra con in contadini che non vogliono l’esproprio delle proprie terre per la costruzione di fabbriche di automobili. Risultato:decine di morti.

Di fronte ad una situazione così grave la crisi del modello industriale invece che essere stimolo per lo sviluppo di nuove ipotesi di alternativa si è trasformata, dagli anni ’80 ad oggi, nella crisi del movimento operaio, compresi gli anarchici.

 

CRISI DELL’ALTERNATIVA

L’altro volto della crisi è nell’alternativa politica, sociale e culturale della “sinistra”. Alla crisi delle banche, del sistema dei mutui facili e degli strozzinaggi ancor più facili, alla crisi del mercato fine a se stesso, della finanza astratta non è seguita alcuna crescita dell’ipotesi di alternativa, anche fosse istituzionale e riformista, della sinistra o del “movimento”. Anzi, dicevamo in un recente articolo, “il movimento” l’ha anticipata la crisi.

Facciamo due conti. Il “mitico” sessantotto, tanto osannato e tanto inflazionato, è esploso alla fine di un decennio, gli anni sessanta, di boom economico mondiale. Le conquiste purtroppo solo riformiste, ma certamente determinate da un conflitto duro e in parte rivoluzionario, del decennio successivo (1969-1979) sono maturate sempre dopo la grande crescita economica nazionale degli anni ’60. Stesso discorso per movimenti come il punk o gli squat. Per passare ad avvenimenti più recenti, il movimento no-global nasce, ovviamente, dopo e contro la globalizzazione.

Qui sorge un problema: come mai quando l’economia va a gonfie vele e gli ingranaggi del sistema macinano quattrini su quattrini vi è un esplosione numerica e teorica di tanti pseudo rivoluzionari, mentre quando il sistema è in crisi il movimento è assente? Come può considerarsi rivoluzionario un movimento che cresce solo col crescere del potere che vuole combattere, lamentando la poca redistribuzione di guadagni immorali, e vacilla quando anche la società che vuole distruggere vacilla? E’ del tutto evidente che un’entità del genere non può essere alternativa, ma funzionale e fisiologica di questa società che invece pretenderebbe di combattere.

Facciamo due conti, più precisi. La Comune di Parigi è nata dopo la catastrofe bellica di Napoleone III, con la Francia invasa dai prussiani, l’Imperatore fatto prigioniero, l’esercito allo sbando e il popolo in armi. La Rivoluzione Russa è nata dopo 3 anni di guerra terribile con il popolo ridotto alla fame più nera, l’esercito in rivolta e il popolo che si organizzava per l’autogoverno nelle fabbriche e nei campi. La rivoluzione Spagnola è nata in un paese povero in crisi economica e politica da anni, la miccia che l’ha fatta esplodere è stata accesa dall’esigenza di rispondere al colpo di stato di Franco e dei fascisti. Così vale per il biennio rosso in Italia e per molteplici altri esempi.

La conclusione è decisamente scontata, ma a tanti intellettualoni del cazzo non gli è venuta in mente, troppo impegnati a salvare baracca e burattini dalla chiusura delle loro riviste perché lo Stato, in tempi di crisi, gli ha tolto i finanziamenti. Figuriamoci che rivoluzionari, coi soldi dello Stato! Dicevamo la conclusione è semplice: un movimento rivoluzionario quando l’economia o lo Stato è in crisi cresce, si riproduce, polarizza i sentimenti e i bisogni della gente contro quelli degli oppressori, e a volte riesce a ribaltare la situazione. Tutto il resto – e ci metto dentro tutti quanti noi con un po’ di sana autocritica – nel migliore dei casi è un fisiologico malumore di chi vedendo la crescita dei padroni ritiene ingiusto che invece i poveri usufruiscano meno del benessere generale, nel peggiore è squallido riformismo.

 

GLI ANARCHICI DURANTE LA TEMPESTA

Bisogna allora partire da alcune proposte chiare, bisogna che gli anarchici comincino a costruire l’alternativa libertaria a questo sistema. Bisogna formulare ipotesi nuove: di fronte a grandi problemi come l’ambiente, le nuove guerre tecnologiche, il nucleare, non possiamo fare riferimento alle ideologie di due secoli fa; ma anche per problemi (purtroppo) già visti come la repressione, la militarizzazione della vita, il razzismo, la paura come forma di controllo abbiamo bisogno di guardare oltre le vecchie ricette, che purtroppo non sono riuscite neanche nel passato a trasformare davvero questo nostro mondo in senso rivoluzionario.

Mi permetto di elencare alcune proposte semplici e immediate:

1)       collettivizzazione delle aziende in crisi;

2)       esproprio delle terre alle grandi multinazionali agrarie e dove ancora ci sono (e non sono pochi!) ai latifondi e distribuzione ai contadini e a chiunque abbia voglia di coltivarle;

3)       innescare un processo di deurbanizzazione delle principali metropoli del pianeta offrendo milioni di ettari di terreni prima in mano a pochi padroni, innescando una sorta di “corsa alle terre” come quella americana del 1700-1800 ma sta volta non nelle regioni rubate agli indigeni, ma nei possedimenti sottratti ai padroni e alle multinazionali;

4)       superare il mito industriale e metropolitano fermando la contrapposizione fra operai e contadini in India o le migrazioni verso le città in Cina boicottando gli interessi di multinazionali e regimi locali;

5)       abolire le frontiere e i lager per immigrati, non solo come necessità etica ma come forma concreta di sabotaggio di “gabbie salariali”, ricatti e ingiustizie verso i lavoratori dei paesi più poveri e verso gli immigrati;

6)       contrapporre al dualismo fra politici corrotti e giustizialisti forcaioli la rivolta popolare per un mondo senza galere;

7)       nell’immediato in Europa: organizzare uno sciopero generale europeo in cui finalmente si individui nei burocrati e nei banchieri comunitari i principali nemici del momento, con i seguenti obbiettivi:

-          no alla politica di bassi salari della BCE,

-          no al tetto del 2% dell’inflazione programmata su cui si basano gli aumenti,

-          utilizzare almeno parte delle centinaia di miliardi bruciati per far risalire le borse per scopi sociali,

-          no a esercito europeo, polizia europea, frontiere e lager per immigrati,

-          no al processo di riforma di scuola e università europeo,

-          per un contratto unico europeo.

 

DALL’AVANGUARDISMO AL CHIMISMO

Gli anarchici da sempre rifiutano il concetto di avanguardia. Ma soprattutto da un punto di vista individualista ci si è spesso domandato: come definire la differenza interseca e l’unicità di ogni singolo individuo quando questa porta qualcuno su posizioni più avanzate rispetto ad altri?

Io trovo personalmente stimolante l’analogia con la chimica: pensiamo al processo di fermentazione dell’alcol. I batteri che producono l’alcol dopo una certa gradazione muoiono e per continuare il processo occorre la distillazione. Io credo che ciò che spesso gli anarchici hanno affermato a proposito della rivoluzione, del movimento rivoluzionario e della necessità che i suoi componenti si dissolvano prima di diventare anch’essi dei burocrati, in qualche modo è simile al “suicidio” dei batteri che trasformano lo zucchero in alcol.

Gli anarchici sono delle persone “normali”, su questo non c’è dubbio. Ma sono delle persone che non condividono questo tipo di organizzazione sociale e in generale sono avversi ad ogni forma di autorità e gerarchia. Come possiamo aiutare il processo di trasformazione della società senza divenire dei nuovi burocrati? Il nostro servizio alla rivoluzione non è quello di guidare e organizzare le insurrezioni, così come il nostro intento non è di conquistare una poltrona di ministro o di “permanere” in alcun modo dopo la rivoluzione. La nostra opera deve essere quasi “missionaria”, di aiuto al prossimo, soprattutto in tempi duri come quelli che arrivano, di solidarietà e di discussione. Con il popolo, dentro il popolo, con i nostri fratelli prospettare la possibilità di un’alternativa, organizzare gruppi di oppressi che sono stanchi di abbassare la testa, sono stanchi di respirare merda nelle loro città-galere, che hanno tanto rabbia e non sanno come incanalarla, che credono che tutte le loro disgrazie dipendano da chi è più disgraziato di te e cerca di rubarti qualche mollica di pane a cui invece va spiegato che la colpa è sempre e solo dei padroni e dei loro servi.

Gli anarchici sono quelle molecole che una volta trasformato il tessuto sociale svaniscono e vengono riassorbite sotto nuove forme. 

 

Michele Fabiani

michele@anarchaos.it

2 Responses to “L'anarchia dopo la tempesta – di Michele Fabiani”

  1. [...] X: LA VITA E’ SPECIFICITA’ (inedito) CAPITOLO XI: L’ANARCHIA DOPO LA TEMPESTA (http://www.anarchaos.it/?p=1347) Crisi del modello industriale; Crisi dell’alternativa; Gli anarchici durante la tempesta; [...]

  2. dimoites scrive:

    Nessuna novità. La strada verso la collettivizzazione, NAZIONALIZZAZIONE delle imprese è un must per distruggere un funzionamento libero del sistema economico.
    Bene.
    Creiamo conglomerati, trust di natura statale. Facciamo in modo che i mezzi e i fattori di produzione siano dello stato. Facciamo passare la proprietà e i patrimoni monetari da un conto bancario privato a un altro conto bancario privato.
    Lasciamo che lo stato continui, con le operazioni di mercato aperto, a vendere securities alla banca centrale in cambio di una base monetaria che legalmente è suscettibile di espansione cospicua fino alla generazione di un credito immenso, fantastico.
    Lasciamo che lo stato inflazioni la moneta in modo del tutto discrezionale e legale.
    Avere monopoli government-franchised è DEVASTANTE. Il controllo dei prezzi che ne diriva porta alla dissoluzione di una economia di libero mercato o basata sulla concorrenza.
    Controllare i prezzi di un bene porta inevitabilmente all’indisponibilità di quel bene, a nient’altro.
    Porta alla morte.
    Per risolvere il problema dei cicli economici, devono essere impedite le operazioni di mercato aperto che sono solo finalizzate a una dilatazione sistematica della massa monetaria e a un incremento generalizzato dei livello dei prezzi. Il controllo dei prezzi maschera l’inflazione.
    La statalizzazione è la morte del mercato e la distruzione della moneta.

    E l’argomentazione può continuare.

    Stefano dimoites
    http://dimoites.wordpress.com

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