set 01 2010

Perché i giustizialisti di sinistra urlano per un avviso di garanzia per un membro del governo e invece non parlano quando il capo dei ROS Ganzer viene condannato a 14 anni? (di Michele Fabiani)

Perché i giustizialisti di sinistra urlano subito per un avviso di garanzia per un membro del governo e invece non parlano, né chiedono dimissioni, quando il comandate del ROS dei Carabinieri Ganzer viene condannato a 14 anni per spaccio di stupefacenti?

 

 

 
Il 22 agosto sono stato ospite alla XX Festa operaia e libertaria di Spoleto, inviato a parlare in un interessantissimo dibattito, la cui discussione ruotava intorno al seguente quesito: Perché i giustizialisti di sinistra urlano subito per un avviso di garanzia per un membro del governo e invece non parlano, né chiedono dimissioni, quando il comandate del ROS dei Carabinieri Ganzer viene condannato a 14 anni per spaccio di stupefacenti?
Non avevo un discorso scritto, ma dato l’interesse che ha suscitato sia il dibattito sia il mio intervento particolare, mi è stato chiesto di scrivere “qualcosa” su quello che avevo detto.
In primo luogo l’occasione mi ha permesso di ringraziare, per la prima volta pubblicamente, Valerio Bruschini (Cobas) e Fabio Faina (Sinistra ecologia e libertà), al di là delle posizioni e delle organizzazione politiche di riferimento abbastanza lontane dalle mie, per il coraggio e la solidarietà nei mie confronti che hanno dimostrato, in alcuni casi anche ricevendo pressioni e minacce, come Fabio ha ricordato in particolare nel corso del suo intervento.
Al di là delle premesse, nel merito vi sono alcune cose dette da chi mi ha preceduto che non condivido. In particolare credo che nessuno degli intervenuti abbia risposto alla domanda-tema del dibattito. Compreso l’intervento scritto di Salvatore Lo Leggio (Micropolis) che non era presente e che generosamente ha inviato. Si è parlato del capo dei Ros Ganzer, si è parlato dei suoi 14 anni di condanna per spaccio di stupefacenti, si è parlato del fatto che la condanna richiesta dal PM era addirittura di 27 e comprendeva l’importo di 199 kalashnikov, 2 lanciamissili, 4 missili e munizioni (un armamentario da colpo di stato!!!) da cui non è stato assolto ma semplicemente prescritto, si è parlato dell’operazione Brushwood, si è ribadita la solidarietà nei confronti delle “vittime” (compreso il sottoscritto che, ribadisco, ringrazia), si è ricordato il ruolo di Ganzer in quell’operazione, si è ricordato che Ganzer è stato condanno proprio per aver organizzato finte operazioni di polizia, si è vagamente parlato dello strano fenomeno “giustizialismo” e dell’ancor più strano fenomeno “giustizialismo di sinistra”, ma nessuno ha risposto a quel “perché” : perché i giustizialisti di sinistra urlano subito per un avviso di garanzia per un membro del governo e invece non parlano, né chiedono dimissioni, quando il comandate del ROS dei Carabinieri Ganzer viene condannato a 14 anni per spaccio di stupefacenti?
Nessuno degli intervenuti ha dato una risposta pratica e teorica su quel “perché”. Per rispondere alla domanda bisogna, secondo me, scomporre i suoi termini; perché non possiamo capire di cosa stiamo parlando se non capiamo cosa significano le singole parole. Chi sono i giustizialisti? Chi sono i giustizialisti di sinistra? Come mai in Italia esistono i giustizialisti di sinistra? Perché ce l’hanno col governo? Chi è Ganzer? Perché in Italia esiste uno come Ganzer? E solo infine: perché i giustizialisti di sinistra urlano subito per un avviso di garanzia per un membro del governo e invece non parlano quando il comandate del ROS Ganzer viene condannato a 14 anni per spaccio di stupefacenti?
I giustizialisti sono coloro che sottomettono la politica alla legalità. Per loro la legge è sempre giusta e la lotta politica deve essere combattuta fra chi rispetta la legge (i buoni) e chi secondo loro la viola (i cattivi). Il giustizialismo è un movimento chiaramente reazionario: la sinistra – compresa quella riformista, moderata, cattolica, paternalistica – è storicamente sempre stata dalla parte del povero che ruba il pane e contro il gendarme che lo prende per un orecchio e lo mette in carcere. Se potessimo chiedere a un socialista moderato come Turati cosa ne pensi di proposte come quella di Grillo e di Di Pietro di vietare a chi ha precedenti penali di fare politica si sarebbe profondamente indignato: questo avrebbe privato il Partito Socialista di inizio Novecento di operai arrestati durante gli scioperi, di contadini che avevano disertato la guerra, di intellettuali condannati per i loro articoli e i loro libri.
Ma allora come è possibile che esistano dei giustizialisti di sinistra? Secondo quanto ci ha scritto Salvatore, molto semplicemente, non è possibile: Di Pietro non è di sinistra, Veltroni neppure, Grillo nemmeno, meno che mai Travaglio che lo dichiara pubblicamente affermando che in un paese “occidentale normale” i suoi valori sarebbero stati di destra ma che in Italia è costretto a buttarsi da questa parte perché la destra italiana è piena di corrotti, mafiosi e puttanieri mentre un vero uomo di Destra deve rispettare la Legge (un posizione simile a quella del post-fascista Fini). Salvatore inoltre aggiunge che chiedere le dimissioni di un ministro che “intrallazza” con la mafia o di un Presidente del Consiglio pieno di processi non è giustizialismo e nemmeno sinistra: è quello che dovrebbe fare qualsiasi forza democratica.
Questa risposta però è molto semplicistica e io non la condivido. Innanzi tutto perché non ci fornisce alcuna analisi, e se non fai un’analisi della realtà perdi. Non a caso, la sinistra di cui Salvatore e Fabio fanno parte è stata spazzata via dal parlamento da questa nuova “cosa” giustizialista. Se loro si vogliono consolare dicendo “questa non è vera sinistra” facciano pure. A me, che sono anarchico, non può bastare. In secondo luogo, non mi basta il concetto che chiedere le dimissioni di un governo corrotto è il minimo che possa fare una forza democratica. Ribadisco: sono anarchico, non democratico. Il governo deve essere cacciato a colpi di scioperi e di proteste di massa, non a colpi di avvisi di garanzia. Vi volete consolare dicendo “questa non è vera sinistra”? Fate pure. Che però queste siano forze di opposizione è appurato.
Faccio un esempio semplice e allo stesso tempo quasi incredibile. Avevo personalmente proposto agli organizzatori della Festa di invitare qualcuno che non la pensasse come “noi” così da rendere più equo, ma anche più frizzante, il dibattito. Avevo proposto di invitare alla Festa un esponente regionale dell’ANM. Ma la mia proposta è stata presa come una provocazione e non è stata accolta. Infatti lo era: sapete chi è il massimo esponente dell’ANM in Umbria? Manuela Comodi. Il PM che ci ha arrestato, il PM che ha accolto alla lettera (errori di battitura compresi) quanto scrivevano i Ros dello spacciatore Ganzer. Ebbene si: il capo di quelli che Berlusconi definisce i “giudici comunisti” è la stessa persona che ci ha messo in galera e che ora gestisce su posizioni durissime e intransigenti il processo in Corte d’Assise. E’ la stessa persona che ha arrestato Fabrizio Reali senza nemmeno un briciolo di prove. La stessa persone che non ha avuto il coraggio di chiederne il rinvio a giudizio, temendo un’ovvia assoluzione, ma non ha avuto nemmeno la coerenza di riconoscere la sua innocenza e archiviare il caso. Lo ha lasciato nel limbo di chi non sta più in carcere ma non è assolto, di chi è indagato ma non vedrà mai il processo in cui spazzare via le accuse. In questo limbo Fabrizio è morto, senza una parola di scuse né una lira di risarcimento. Questa persona rappresenta l’ANM in Umbria! Sono felice che Salvatore dica che non è di sinistra, fatto sta che la sinistra con questi sanguinari forcaioli ci è alleata. Questa sanguinaria forcaiola era ad esempio al comizio della CGIL durante l’ultimo sciopero generale a predicare contro le politica del governo in materia di giustizia. E sotto quel palco c’erano molti di voi, e in passato moltissime volte ci sono stato anche io.
E non finisce qui. Che dire della “rossa” PM milanese Ilda Bocassini (un altro mito della sinistra giustizialista per aver sostenuto l’Accusa in alcuni processi contro Berlusconi) quando va ad arrestare studenti, operai e perfino sindacalisti FIOM accusando di essere dei “neo-brigatisti”?
E se per caso questa persona si dovesse alle prossime elezioni candidare con l’Italia dei Valori di Di Pietro non voglio sentire rotture di coglioni che se mi astengo aiuto Berlusconi. Votare per chi mi ha messo in galera non ci riesco proprio!
Prendiamo un altro esempio che non mi riguarda, così da evitare di fare il “caso umano” e la parte della “vittima”. Prenderò un esempio di una persona che politicamente è molto lontano da me, ma che comunque è stata vittima della “giustizia” oltre che dei giustizialisti: il leader dei centri sociali napoletani Caruso. Caruso è stato massacrato ai vari vaffa-day di Beppe Grillo, sui giornali giustizialisti e nella campagna elettorale di Di Pietro perché aveva un indagine in corso. Questo massacro mediatico-giudiziario ha contribuito a far scomparire la sinistra che lo candidava dal parlamento (un contributo ovviamente lo ha dato anche la politica vergognosa di Prodi, ma questo è un altro discorso). Il “povero” Caruso era accusato infatti di far parte di una associazione sovversiva la cui finalità terroristica consisteva nell’organizzare manifestazioni contro il G8 e altri incontri dei (pre)potenti della Terra. Un gruppo terroristico che organizzava cortei!!! Un’accusa a dir poco fascista! Ecco il volto vergognoso di Travaglio, Grillo e Di Pietro! Che schifo! Ovviamente dopo pochi giorni dal voto Caruso è stato assolto. Il PNF (partito nazionale forcaiolo) aveva ormai raggiunto il suo scopo.
Ma perché in Italia esistono i giustizialisti di sinistra? La risposta è allo stesso tempo generale e contingente. La risposta generale è che le esperienze rivoluzionarie dello scorso secolo si sono rivelate fallimentari e che quindi si è aperto un vuoto politico in cui inserirsi. Ma un partito come l’IDV, nonostante ciò, esiste solo in Italia. In nessun altro paese del mondo al posto della sinistra radicale esiste un partito che ha come obbiettivo fondamentale espellere dalla politica chi ha i precedenti penali. Ad esempio in Grecia in quel vuoto si sono inseriti gli anarchici, o per citare movimenti lontani dal mio, in Francia il Nuovo Partito Anticapitalista che ha l’8% (il suo equivalente italiano, per intenderci, è sinistra critica che ha meno di un decimo dei consensi) o i Verdi. Come mai in Italia quel buco teorico e politico lo hanno preso i giustizialisti?
La risposta contingente riguarda quindi solo l’Italia. In Italia il vuoto lasciato dalle ideologie e dalle “scienze” rivoluzionarie lo hanno preso i giustizialisti a causa di alcuni fattori occasionali come la corruzione eccessiva dei governanti, il ruolo delle mafie e il loro sostegno alla DC prima e al centro-destra poi, la moralità del Capo del governo, ecc.
Quale soluzione? Rielaborare una teoria e una prassi rivoluzionaria adeguata che sappia dare agli sfruttati dei nostri giorni una speranza libertaria di emancipazione. Ma purtroppo qui mi devo fermare, non essendo il tema del nostro dibattito.
Appurato che esistono dei giustizialisti di sinistra e che ci fanno decisamente schifo possiamo chiederci perché non dicono nulla sulla condanna del generale Ganzer. Innanzi tutto perché il capo dei Ros è anche lui un uomo di “sinistra” (tra mille virgolette). Non a caso uno dei suoi più feroci rivali in parlamento era Cossiga.
Il Generalissimo mentre sbatte in galera per un anno quelli che come me disturbavano il potere, senza processo, rimane invece al comando di un importantissimo corpo militare, anche dopo il processo e la condanna a 14 anni. Senza farsi, per inciso, un solo giorno di galera. La richiesta era di 27, ma il traffico di armi non passa, perché prescritto. Come mai è stato prescritto? Perché ha avuto un processo lentissimo, un’indagine di 7 anni e ben 29 udienze preliminari. Con questi tempi il vecchio militare può dormire sonni tranquilli: verrà prescritto prima dei prossimi due gradi di giudizio da tutte le accuse, o creperà prima di vecchiaia. Tanto per fare un paragone, io ho avuto un udienza preliminare di poche ore e dopo pochi minuti di camera di consiglio il GUP mi ha rinviato a giudizio insieme ad altre 3 persone con una sentenza di 12 pagine! Neanche fosse stato Speedy Gonzales, il topo più veloce del Messico!!! (Lo stesso giudice che non ha sottoscritto la richiesta di arresto per gli esponenti della Cricca e della P3 per incompatibilità, a proposito di giustizialismo “a targhe alterne”!!!!!!!!!). Ebbene Ganzer di udienze preliminari ne ha avute 29.
Ma un giustizialista non dovrebbe stare sempre dalla pare della Legge? Allora perché quando un ministro riceve un avviso di garanzia Di Pietro strilla, Grillo manda affanculo a destra e a manca, Travaglio scrive, ma niente hanno detto né scritto su un uomo che importa armi e droga, organizza finti raid per accrescere la sua carriera, si infiltra nelle organizzazioni criminali e malgrado ciò continua a comandare il ROS?
La risposta è molto più semplice di quanto si immagini. Non solo è una risposta semplice, è anche bellissima: per fortuna non è possibile essere coerentemente giustizialisti. E sapete perché? Perché la Giustizia non esiste, così come non esiste alcuna Idea perfetta, trascendente e assoluta. Il tentativo di imporre nel Reale un tale concetto Ideale fallirà sempre, sia che venga da destra o da sinistra. La “giustizia”, la legge, è sempre la legge delle classi dominanti. E’ sempre la legge dei Berlusconi, ma anche dei Marchionne, dei Di Pietro e dei Ganzer. E’ la loro legge di parte, la loro legge di classe. Pretendere che valga per Ganzer come per Fabrizio è un’idiozia. Neanche un comico come Grillo la proporrebbe nei suoi spettacoli; e infatti è stato zitto al riguardo: sia al riguardo di Ganzer, sia al riguardo di Fabrizio e degli altri imputati, malgrado gli fosse stato scritto da alcuni familiari.
Siccome non esisterà mai una legge giusta e uguale per tutti, noi dobbiamo lottare contro tutte le leggi e chi le scrive. E non strillare se chi le scrive poi le viola. Se Ganzer avesse ricevuto lo stesso trattamento di Fabrizio o viceversa, avrebbe potuto dimostrare che l’ipotesi anarchica è sbagliata e che può esistere una legge giusta. Da anarchici, ringraziamo sentitamente i carnefici Ganzer, Comodi, i Ros, i giustizialisti di sinistra incredibilmente silenziosi, per averci ricordato, anche in questa occasione, di stare dalla parte giusta.

 

 

Michele Fabiani

set 01 2010

Noi, Bagnini della piscina metafisica (di Sara Ardizzone)

 

Trovando i due articoli, uno di Moreno Pasquinelli, l’altro di Michele Fabiani sul vostro blog, mi si presenta l’occasione per discutere di un tema estremamente pressante e che,come a molti altri,mi sta molto a cuore. Seppur l’articolo di Moreno presenti degli ottimi spunti di riflessione,in particolare sul concetto di “brutalizzazione dell’economia in campo matematico a scapito di quello umanistico, mostra,però,anche la mancanza di una  tesi forte cosa che delle volte degenera in confusione distruttiva e non costruttiva.
Differentemente, Michele enuncia una tesi chiara e con la quale concordo su alcuni punti che, anche io, vorrei sottolineare prima di enunciare la mia teoria. Mi ha particolarmente affascinato l’importanza che viene data nel suo articolo alla Storia, Historiae magistrae vitae, si direbbe. Se la gente conoscesse la Storia ci risparmieremmo la vista di baraccopoli romene bruciate sotto le stupide urla “L’italia agli italiani”, se si conoscesse la storia si saprebbe che ledere la memoria in un popolo è una precisa mossa politica, usata sin dal tempo dei romani  che presentava, in precedenza, un nome molto più nobile e fiero (non esistevano,allora,gli inglesismi): damnatio memoriae. Se si conoscesse la storia non ci si meraviglierebbe di scoprire l’uso di molte crisi economiche in campo politico, per affermare una coalizione di governo o semplicemente un’immagine individuale: ricordiamo la prima crisi economica del sistema, lontano 1889, che altro non era  se non la prima vera capitalizzazione nonché  spartizione di potere economico in cartelli con conseguente formazione delle prime multinazionali,ricordiamo il crollo della borsa di Wall Street e
Roosvelt, ricordiamo la crisi economica tedesca all’indomani della prima guerra mondiale e l’ascesa di Hitler. Spero che non ci abbiano ancora rincoglionito del tutto per non riuscire più a tremare davanti questi fatti. Se si conoscesse la storia sapremmo questo ed altro e ci risparmieremmo, quantomeno, la visione di questo governo.

Alla luce di ciò,vorrei sapere chi osa ancora non considerare la Storia una scienza, e dirò di più; una concezione cosciente della storia necessita e contiene dentro di sé una visione, oltre che filosofica, soprattutto psicologica per trovare un senso alle connessioni temporali da cui è costituita.
E sono proprio queste visioni che si debbono celare dietro l’economia, qualcuno, di cui purtroppo non conosco il nome direbbe”Attuare un piano economico escludendo il Marketing è pari a chiudere William Shakespeare in una stanza e lasciare che scriva per sé stesso”. Questo è il monito che va proposto agli economisti moderni i quali si arrischiano a fare un triplo tuffo avvitato
mortale nella grande piscina della metafisica. Questa, quindi, è la mia tesi “L’IDEOLOGIA COME CHIAVE DI SVOLTA DEL PENSIERO ECONOMICO”. Partendo ,dunque, dalla stessa premessa di Moreno ovvero” brutalizzazione dell’economia ad opera del campo matematico ed a scapito di quello umanistico”, sottolineiamo ,dunque, l’importanza di una visione politica dietro quella economica, e non esiste visione politica scevra da ideologia,se per ideologia ,chiaramente, intendiamo quei parametri fissi che stanno dietro ad ogni scienza e che sono stati osservati e fissati tramite il  nostro personale microscopio: la Storia(ideologia non è UTOPIA). Attraverso questo sillogismo torniamo dunque alla tesi
principale: NON può esistere visione economica scevra da ideologia. Questa è la mia apologia.

Sara Ardizzone

ago 31 2010

Contro il comando del Capitale, solidarietà operaia

Sono anni che il padronato italico vuole adeguare le normative e la prassi aziendali al vento liberista anglosassone.

Più recentemente si è trattato di tentativi per eliminare l’anomalia italiana, la FIOM, ma anche molto sindacalismo, quali titolari di funzioni aziendali che vanno dall’intervento nell’organizzazione del lavoro alla contrattazione di modalità di esecuzioni, di carichi di fatica e straordinari, ma anche qualifiche e carriere.

L’obiettivo padronale è quello di limitare il ruolo sindacale alla semplice contrattazione del prezzo di vendita della forza-lavoro, il comando sul lavoro vivo torna al CAPITALE. Nessun margine di azione ai delegati. Il sindacato può ben gestire il Cral, il fondo pensioni, quello sanitario, ma deve cessare di essere agente contrattuale anche su qualità ambientali, lavori usuranti, sicurezza sul lavoro.

FIAT diventa così punta di diamante della Confindustria, della controriforma sui diritti dei lavoratori, accelera un disegno che il governo tarda a concretizzare e che la mediazione con le parti sociali non recepisce se non su tempi biblici. Così facendo, FIAT spiazza i sindacati tutti, incluso Epifani che ha bisogno di tempo per trasformazioni così drastiche e impolitiche. Il nuovo modello contrattuale rivela tutte le implicazioni sottointese alla stesura del gennaio 2009. Il re è nudo.

Ma quanti sono disponibili a subire questa imposizione?

Marchionne accelererà con i licenziamenti di delegati perché scopre che non solo nei referendum, ma anche negli scioperi l’opposizione FIOM trova consensi più ampli degli iscritti abituali, nonostante le difficoltà a partecipare a scioperi dopo mesi di cassa integrazione passata e futura.

L’unica disdetta immediata è quella sui permessi aziendali e sindacali, con immaginabili molti mal di pancia di delegati della burocrazia sindacale anche concertativa: che senso ha iscriversi al sindacato e fare il delegato se si riducono i “privilegi” del ruolo?

Ma non doveva essere Brunetta a fare da apripista nel pubblico? La guerra di un Uomo contro lacci e lacciuoli, novello Ercole?

Avanziamo alcune ipotesi sulle prossime settimane.

La prima. Dopo lo scorporo del settore auto dagli altri settori, Marchionne vuole aumentare il valore azionario della FIAT con progetti stratosferici di investimenti oculati e mirati per profitti futuri magnifici. Così valorizza il prezzo degli azionisti storici e porta all’incasso le sue azioni personali. Nel contempo aumenta il debito con le banche che sono contente dell’incremento del “valore” FIAT.

La seconda. Marchionne ricompatta il fronte Confindustria contro l’inefficienza del governo ed accelera in tempi meno paludosi una rivoluzione delle relazioni industriali con vari attori compiacenti. A Detroit con Obama dice: “FIAT fa quello che il governo (italiano) non fa”; un progetto di crescita industriale per il paese. Batte cassa per ottenere il sostegno a prossima rottamazione, visto che il mercato europeo è molto fiacco per il settore auto piccola-media cilindrata.

Intanto… con strano tempismo si crea la rottura tra Fini e Berlusconi, forse si prepara il terreno per la discesa in campo di un uomo di Confindustria? Si potrebbero creare così le condizioni per costringere i governi (presente e futuro) a destinare i famosi 30 miliardi chiesti dalla Marcegaglia per reggere alla competizione.

Altrimenti si dimostrerebbero le difficoltà di fare impresa in Italia, soprattutto se si è senza soldi, alimentando l’alibi a non fare nulla!

Una cosa è certa: la concertazione è finita, l’impresa è oggi cardine dell’economia ed ogni altro attore lo è davvero solo se dentro di essa e se assume l’impresa come il solo luogo per recitare il suo copione: come azionista, come dirigente, come lavoratore.

A meno che, attorno ai soggetti ed agli organismi collettivi e di base in FIAT e nelle altre aziende, non si coaguli una mobilitazione ed un movimento di solidarietà politica, sociale e sindacale che contrasti oggi il progetto di Marchionne e del governo e ricostruisca autonomia, dignità e libertà di azione sindacale dal basso, in ogni fabbrica in ogni categoria. A questo lavorano gli attivisti sindacali anarchici e libertari.

Commissione Sindacale
Federazione dei Comunisti Anarchici

3 agosto 2010

ago 31 2010

Solidarietà con i prigionieri politici Mapuche in sciopero della fame

Sciopero della fame per una soluzione vera al complesso conflitto tra la nazione Mapuche e lo Stato cileno

L’insostenibile situazione che le varie comunità del popolo Mapuche hanno dovuto affrontare è giunta nuovamente ad punto di crisi.

I prigionieri politici Mapuche, stanchi e preoccupati per la violazioni dei loro diritti, per le torture e le persecuzioni, persino contro minori, per gli abusi ed i trattamenti arbitrari a cui sono sottoposti dallo Stato cileno e dalla sua magistratura, hanno preso la grave decisione di mettersi in sciopero della fame a partire dal 12 luglio di quest’anno.

Questi prigionieri sono accusati di tentata occupazione di terreni e di danno alla proprietà delle compagnie del legname, settore strategico nel modello di esportazioni cileno, che hanno occupato le terre ancestrali del popolo Mapuche.

Oggi, i 31 prigionieri che sono rinchiusi in diversi carceri di alta sicurezza nel sud del Cile (Concepción, Temuco, Valdivia, ed Angol), si sono ancora una volta erti all’unisono per prendere la difficile decisione di rinunciare a cibo ed acqua, affinché si giunga ad una vera soluzione di questo conflitto politico.

Data la situazione, le sottoscritte organizzazioni libertarie da varie parti del mondo, dichiarano la loro piena solidarietà e denunciano lo Stato cileno e la sua magistratura.

1. Essendo il Cile il paese dove i membri delle comunità indigene costituiscono la maggioranza della popolazione carceraria, risultano evidenti in questo paese il razzismo, la discriminazione, l’oppressione e l’ideologia tipica di quegli Stati gestiti con politiche di occupazione coloniale, del tutto simili a quelle fasciste.

2. Avendo lo Stato del Cile ha una struttura legale che non consente percorsi giudiziari giusti e trasparenti, ad esempio il cosiddetto “primato della legge” non vale per il popolo Mapuche, per il quale non vi è uguaglianza di condizioni a fronte dei privilegi per gli interessi economici strategici dell’attuale programma di accumulazione neoliberista in corso nel paese, come le compagnie di legname, compagnie minerarie, impianti idroelettrici, latifondisti, etc.

3. essendo di fronte ad una sistematica politica di annichilimento del popolo Mapuche, non solo promossa dallo Stato e dalla magistratura, ma anche dalla Destra politica ed economica, che viene implementata tramite:

a) la legge anti-Terrorismo, fatta durante gli anni del regime autoritario del dittatore ed assassino Augusto Pinochet. Questa legislazione colpisce i crimini contro la vita, tuttavia nessun Mapuche è stato mai accusato di omicidio. Eppure, alcuni prigionieri sono stati di recente condannati a 50 e persino anche 100 anni di carcere.

b) vista l’applicazione del doppio processo, in altre parole, i Mapuche vengono processati e condannati 2 volte per la stessa imputazione, una volta dalla magistratura civile ed un’altra da quella militare, cosa che succede solo in questo paese e tra quelli più conservatori al mondo.

c) considerata la militarizzazione del territorio su cui i Mapuche affermano i loro diritti politici e territoriali. Vale a dire una serie di misure per usare mezzi civili e militari, quali elicotteri e lacrimogeni, maltrattamenti sulle donne e sui bambini rimasti senza la protezione degli uomini adulti, in gran parte in carcere.

d) preso atto che i media cileni, che hanno assicurato l’invisibilità della protesta ignorando lo sciopero della fame e coloro i quali, dall’altra parte, hanno costantemente criminalizzato la storica protesta sociale dei Mapuche e la loro giusta e legittima lotta per ottenere una rapida e diffusa condanna nell’opinione pubblica.

e) viste le false testimonianze dei testimoni oculari e di quelli col viso coperto, entrambi pagati dall’accusa e da individui, fino a giungere al caso del procuratore di Stato Francisco Ljubetic che collega le organizzazioni del popolo Mapuche alle FARC in Colombia, creando così un falso e sproporzionato parallelo tra conflitti interni ai due paesi.

f) visto il segreto investigativo imposto per tutto il processo legale al fine di impedire I diritti della difesa.

g) considerato che la maggior parte dei prigionieri è rimasta detenuta per tutta la durata del processo (oltre un anno), fattispecie che non rispetta la presunzione di innocenza, che si suppone garantita nell’attuale sistema giudiziario cileno.

h) vista la persecuzione e l’incarcerazione quale conseguenza della campagna mediatica aizzata dal Pubblico Ministero.

i) ed infine, visto che il governo cileno continua ad ignorare le richieste dei prigionieri in sciopero della fame, nella speranza di piegare il movimento Mapuche e giocando pericolosamente con la salute dei prigionieri.

Noi chiediamo dunque:

GIUSTIZIA E LIBERTA’ PER I PRIGIONIERI POLITICI E PER QUELLI DI ALTRE ETNIE CHE SOSTENGONO QUESTA LOTTA

LA FINE DELLE LEGISLAZIONE ANTI-TERORISMO E DELLA GIUSTIZIA MILITARE

LA DEMILITARIZZAZIONE DELL’AREA

TERRA ED AUTONOMIA PER I POPOLI INDIGENI

Organizzazioni firmatarie:

Convergencia Juvenil Clasista “Hijos del Pueblo” (Ecuador)
Federazione dei Comunisti Anarchici (Italia)
Revista Hombre y Sociedad (Cile)
Organización Revolucionaria Anarquista – Voz Negra (Cile)
Estrategia Libertaria (Cile)
Red Libertaria Popular Mateo Kramer (Colombia)
Grupo Antorcha Libertaria (Colombia)
Workers Solidarity Movement (Irlanda)
Unión Socialista Libertaria (Perù)

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali

Per aggiornamenti sulla situazione:
http://www.mapuexpress.net/
http://www.azkintuwe.org/

11 agosto 2010

http://www.anarkismo.net

ago 30 2010

In solidarietà con Silvia, Billy e Costa

 
Costa, Silvia e Billy, arrestati in Svizzera con l’accusa di possesso, trasporto e tentato uso di materiale esplodente e di voler attaccare un centro IBM in costruzione, che sarà di riferimento europeo per la ricerca nanotecnologica, continuano la loro lotta nelle carceri elvetiche.
      
Le condizioni detentive dei nostri compagni sono un’espressione evidente, chiara della volontà delle autorità svizzere di fiaccare e isolare la loro necessità di continuare la resistenza a questo esistente anche se costretti tra quattro mura. La censura della posta e le nuove prescrizioni sulla corrispondenza vanno nella direzione inequivocabile di impedire sia i vincoli affettivi sia di isolare i compagni dai loro legami di lotta.

Questa non è di certo una novità, abbiamo già conosciuto le “democratiche” galere svizzere quando con Marco Camenisch, abbiamo lottato contro il suo isolamento nel carcere lager di Thorberg, ma conosciamo anche i nostri compagni: sempre in prima fila in anni di lotte ecologiste, per la liberazione animale e per la distruzione della
civiltà tecno-industriale. Non possiamo che apprezzarli e siamo certi che malgrado le infamità di qualsivoglia procuratore, non si piegheranno, ne abbasseranno la testa. La loro coerenza e la loro determinazione ci servano da esempio.

Pensiamo sia quantomeno necessario far sentire la nostra voce a questi compagni. Che la solidarietà faccia breccia attraverso le spesse mura del carcere, che le iniziative si moltiplichino, che la lotta riprenda con più ardore di prima. Solo attraverso le lotte, la solidarietà acquista valore, prende forma e sostanza.

Invitiamo tutte le realtà e le individualità a far sentire la loro voce nei modi che più ritengono opportuni. Per rispondere a questo tentativo d’isolamento e riaffermare con ancora più determinazione la necessità di proseguire le lotte.

NON UN PASSO INDIETRO! LIBERTÀ PER SILVIA COSTA E BILLY!
SOLIDARIETÀ AI PRIGIONIERI E PRIGIONIERE RIVOLUZIONARIE!

Il Silvestre, Coalizione contro le nocività , Rote Hilfe Schweiz, Anarchiche e anarchici ticinesi, Equal Rights Forlì, Anarchici e anarchiche di Via del Cuore, Villa Vegan, LasVegans, Anarchiche e anarchici bolognesi.

ago 26 2010

Marchionne: le provocazioni antioperaie di un contrabbandiere di sigarette (di Comidad)

da   http://www.comidad.org/ 

MARCHIONNE: LE PROVOCAZIONI ANTIOPERAIE DI UN CONTRABBANDIERE DI SIGARETTE

 

Mentre continuano le aggressioni ed i comportamenti teppistici di Marchionne nei confronti della FIOM, colpevole a questo punto di non si sa più bene cosa (forse di esistere), continua anche la discussione sulla delocalizzazione in Serbia di altre produzioni FIAT. Qualche riferimento in più potrebbe risultare utile alla comprensione del problema.

Secondo i dati ufficiali, da dieci anni i maggiori beneficiari delle privatizzazioni in Serbia risultano essere le multinazionali statunitensi, quindi i milioni di tonnellate di bombe seminati nel 1999 sulla Serbia dalla U.S. Air Force, hanno dato i loro frutti. Prima tra tutte queste multinazionali statunitensi è  la Philip Morris , presente per oltre il 50% degli “investimenti” americani sia nella stessa Serbia che nell’attiguo Montenegro, il quale è uno Stato indipendente dal 2006. “Investimenti” ovviamente è un eufemismo, dato che le multinazionali entrano in possesso dei beni locali grazie ai sussidi del Fondo Monetario Internazionale (super-banca privata che utilizza i fondi pubblici dei Paesi membri) ed al regime di sgravi fiscali che lo stesso FMI impone ai governi del posto. La Philip Morris , oltre a rappresentare la maggiore multinazionale del tabacco, risulta essere anche una delle prime del settore alimentare, dato che possiede la Kraft  ed anche molti marchi minori, come la Invernizzi ; infatti  la Philip Morris  ha rilevato in Serbia non soltanto le aziende di tabacchi, ma si è inserita in ogni genere di affari, compreso l’immobiliare.

Sergio Marchionne, Amministratore delegato della FIAT, guarda la coincidenza, fa parte anche del Consiglio di Amministrazione della Philip Morris, perciò il motivo di questo feeling fra lui e la Serbia , oggi feudo della Philip Morris, può risultare un tantino più chiaro.

Come è riuscita la Philip Morris a piazzare il suo uomo Marchionne a capo della FIAT? L’esca è consistita nella sponsorizzazione della Ferrari con il marchio Marlboro. Per incassare i denari della sponsorizzazione, Luca Cordero di Montezemolo ha accondisceso a cedere il potere aziendale a Marchionne, e così il Montezemolo è stato pian piano costretto ad avviarsi mestamente al rifugio di quelli che non contano più nulla, cioè la politica.

L’acquisizione della Chrysler da parte della FIAT è stata presentata dai media come un trionfo del genio italico di Marchionne, il quale peraltro ha una doppia cittadinanza, è infatti svizzero e canadese. In molti si erano chiesti come fosse stato possibile che si spalancassero le porte degli Stati Uniti ad una azienda italiana; ed infatti l’azienda non era più italiana, dato che era un uomo della Philip Morris a gestire i finanziamenti che lo Stato italiano versa alla FIAT, usandoli per rilevare un’azienda statunitense. 

Il quotidiano confindustriale “Il Sole 24 ore” pare abbia rimosso dal suo sito la biografia ufficiale di Marchionne, da cui risultava la sua appartenenza alla Philip Morris. La scelta non può avere il senso di nascondere un’informazione che risulta facilmente reperibile per altre vie, dato che il nome di Sergio Marchionne si può leggere nell’organigramma del sito della Philip Morris, e l’informazione a riguardo si trova oggi persino su Wikipedia. Il significato di questa “censura” è semplicemente di ammonimento agli altri giornalisti, una sorta di direttiva generale a non tirare fuori un dettaglio che potrebbe screditare il mito mediatico di Marchionne come “eroe italiano”. Se si facesse il confronto tra il gigante Philip Morris – una delle più grandi multinazionali del mondo - e la pulce FIAT, si capirebbe immediatamente a chi vada davvero la fedeltà di Marchionne, collegandone inoltre il nome a losche vicende di illegalità e di contrabbando.   

La Philip Morris può infatti vantare una storia interessante, un vero romanzo criminale. Il 3 novembre del 2000 è stata denunciata davanti alla Corte Distrettuale USA Distretto Orientale di New York, insieme con un’altra multinazionale del tabacco, la Reynolds Nabisco. L’accusa contro le due multinazionali era quella di essere a capo del contrabbando mondiale di sigarette, quindi di costituire la cupola di tutte le organizzazioni criminali che operano nel settore. Chi ha sporto questa denuncia? Qualche banda di “teorici della cospirazione”? No, a sporgere la denuncia è stata  la Commissione Europea , a nome della Unione Europea.

Non sul sito di Luogocomune, ma sul sito del Parlamento italiano, è reperibile la relazione della Commissione Antimafia del marzo 2001, in cui sono documentate tutte le accuse alla organizzazione malavitosa denominata Philip Morris, e che porta in allegato anche il testo della denuncia della UE. Dal testo della relazione si apprendono anche i nomi di tutti i maggiori trafficanti di sigarette, che all’epoca avevano il loro domicilio in Svizzera, dove si trova, per pura combinazione, anche la sede della Philip Morris, ed è dislocata persino la maggior parte della sua produzione di sigarette.  

Chi ha vinto questo epico scontro tra la UE  e la Philip Morris ? Ovviamente la Philip Morris , dato che la denuncia è stata insabbiata e le evasioni fiscali plurimiliardarie delle multinazionali del tabacco sono state condonate in cambio della promessa di cifre irrisorie e dilazionate nel tempo; l’anno dopo la stessa Philip Morris è riuscita addirittura ad ottenere una Direttiva Europea a proprio favore, quella famosa direttiva in cui si concedeva di produrre cioccolata senza metterci il cacao.

La succitata relazione della Commissione Antimafia conteneva anche altre notizie interessanti. La base in Europa del contrabbando di sigarette della Philip Morris veniva individuata in Montenegro, e ciò da prima dell’aggressione alla Serbia da parte della NATO nel 1999. Quindi la Philip Morris , in collaborazione con la CIA , aveva fatto, per molti anni prima, da battistrada per l’aggressione della NATO alla Serbia del 1999.

La Commissione Antimafia, con molta ingenuità, prevedeva che, dopo l’abbattimento del regime serbo di Svobodan Milosevic, sarebbe cessata la “realpolitik” della NATO e della CIA tendente a fomentare l’eversione in Jugoslavia con quei traffici illegali. In realtà, ancora nel 2007 e nel 2008, le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari individuavano sempre in Montenegro, e addirittura nel governo montenegrino, la centrale del traffico illegale di sigarette. Che il Montenegro sia diventato nel frattempo un feudo della Philip Morris, ovviamente è solo una coincidenza. 

Delle notizie giudiziarie sul coinvolgimento del Montenegro nel contrabbando di sigarette si occuparono a suo tempo anche alcuni articoli de ” La Repubblica “, articoli in cui però si riusciva - senza alcun riscontro negli atti giudiziari - a gettare la colpa di tutto dapprima sulla corruzione del regime di Milosevic, e poi su presunti collegamenti tra le FARC colombiane (sic!) ed alti esponenti del regime montenegrino.  

” La Repubblica ” lanciava menzogne e calunnie sulla resistenza anticoloniale colombiana solo per creare confusione nella mente dei lettori; ed oggi il gaglioffo Vittorio Feltri dimostra di aver preso lezioni a riguardo dal gentleman Ezio Mauro, dato che appena qualche giorno fa il “Giornale” ha affrontato allo stesso modo la questione delle denunce del governo iraniano contro la Philip Morris e la CIA per il contrabbando di sigarette in Iran.

Secondo la banda Feltri, la colpa del contrabbando andrebbe tutta ai corrotti Pasdaran, mentre la CIA e la Philip Morris sarebbero pure e innocenti, e ciò nonostante vi sia contro di esse il precedente della Jugoslavia documentato negli atti parlamentari.  Sarebbero inventate, secondo la banda Feltri, anche le denunce del governo iraniano circa le sostanze chimiche tossiche contenute nel tabacco delle Marlboro, anche se questi dati il governo iraniano li ha presi dai documenti ufficiali delle agenzie americane per la lotta al tabacco.

L’asse storico CIA-Philip Morris-criminalità organizzata cerca oggi di destabilizzare l’Iran infiltrandosi nella società attraverso la corruzione generata dal business del contrabbando, così come ha già fatto in Jugoslavia (e in Italia). Chi mai è riuscito a farci credere che il contrabbando di sigarette fosse il business dei poveri?

Alla Philip Morris infatti Marchionne non ha imparato solo a contrabbandare sigarette, ma anche a contrabbandare cazzate, dato che ci sono ancora in giro quelli che riescono a prendere sul serio il suo “Piano FIAT”.          

26 agosto 2010

 

ago 23 2010

Kossiga (di Paolo Dorigo)

L’Italia poteva cambiare, era il 11 marzo 1977, l’assassinio di Stato di Francesco Lorusso ad opera dei carabinieri intervenuti a “difendere” le provocazioni del gruppo reazionario di “comunione & liberazione” spa all’interno dell’Università di Bologna, scatenò il movimento di classe in tutta Italia.

All’indomani una manifestazione -vietata dal boia Kossiga- a Roma vide 70.000 compagni (numero autentico) sfidare la repressione ed offendere il regime ed i poteri costituiti al servizio dei padroni, in una battaglia urbana di oltre 10 ore.

Doveva bastare questo a dimettere il boia Kossiga. Ma il boia Kossiga rimase al suo posto, anche un’anno dopo, anche dopo l’uccisione del “Presidente” Moro della Dc, principale associazione per delinquere dello Stato italiano, da parte delle Br.

Come mai Kossiga rimaneva al “suo” posto ?

Perché era il tenutario dell’accordo massonico-capitalista dell’accordo tra Confindustria, Dc e Pci, al servizio della borghesia che sarà poi imperialista, in Italia, e che già all’epoca era ben interna alla Nato.

1. Quotidiani della catena Espresso, 18-8-2010: Non abbiamo bisogno del giovane Casson per sapere ciò che ha indagato. Sapevamo nelle strede, nelle fabbriche e nelle scuole di tutta Italia, molto di più di ciò che lui ha “scoperto”. Chiamare a testimoniare Kossiga fu un delitto di presa per il culo del Popolo, Kossiga andava solo che messo in galera !

2.  stessa fonte, 18-8-2010: “Morucci e Gallinari”: “Fu l’unico a darci un ruolo politico”.  In realtà la frase detta da Gallinari è un po’ diversa, ma rappresenta Kossiga in forma buonistica: “Non giustificava (!!!) la lotta armata, ma cercava di spiegarla e di spiegarsi” !!! Kossiga partecipò a Gladio molto prima che le Br iniziassero a sparare, Gallinari ha le idee confuse, come sempre dal 1987 in poi. Morucci non ci interessa. Il “signorino” del 1979, la zanzara controrivoluzionaria denunciata dai prigionieri in lotta all’Asinara, era collegato ai servizi con la sua collega Faranda, e non ci interessa nulla ciò che dicono le persone collegate o dei servizi.

3. Miriam Mafai su “Repubblica” del 18-8-2010 ci interessa già meglio, ma la mette giù con gli “intrighi”. Che c’entrano gli “intrighi” con il ’77, il ’77 è stato l’ultimo anno di luce in questa Repubblica. L’articolo della Mafai è incentrato su Gladio. Ma perché non per meglio dire, sulla Nato e sull’adesione italiana al “patto atlantico” ? Ma ancora adesso gli ex-pci non vogliono ammettere che la Nato, come loro stessi denunciavano negli anni ’60, era un delitto ed una imposizione reazionaria la nostra adesione ad essa ? E la cessione di importanti parti di territorio e di città intere (Vicenza, Pordenone, ecc.) agli Stati Uniti d’America cosiddetti ?

4. Giuliano Amato su “Repubblica”, stessa data, “fu lui a traghettare l’ex-Pci al governo”. Se è per questo, Kossiga ebbe una grande parte nel dare sostegno alla politica del suo cugino Berlinguer, di trascinare il pci nel fango del tradimento della Classe Operaia e dei suoi Ideali pluricentenari.

5. Meglio l’atteggiamento di fondo del “Fatto quotidiano”. Anche Nando Dalla Chiesa, nonostante la sua paternità che ben conosciamo, non sente di poter dire che l’Italia ha perso qualcosa con la dipartita del Kossiga.

6. Stupefatti, apprezziamo che “il manifesto” non abbia dato commenti dei soluzionisti, dissociati ed ex guerriglieri passati alla libera professione di controrivoluzionari, i quali hanno spesso visitato e frequentato Kossiga negli ultimi anni (appunto la Braghetti, Morucci, ecc.). Ne siamo abbastanza contenti.

7. Enrico Deaglio, su “l’Unità”, caratterizza a livello personale il Kossiga, e la cosa si spiega. Deaglio, che all’epoca del ’77 era ancora direttore responsabile del quotidiano dell’ex partito di Lotta continua, divenuto “indipendente” espressione della cordata di Sofri, non ha interesse a caratterizzare Kossiga dalle pagine dell’Unità stesse, (l’Unità che chiedeva del suo giornale, nel 1972, “chi li paga”), in termini di classe e del ruolo che lo stesso Kossiga rivestì nella “solidarietà nazionale”. Se Kossiga veramente fosse il responsabile della uccisione di Moro, perché avrebbe allora portato avanti la stessa linea politica di Moro e Berlinguer, del compromesso storico a tutto vantaggio dei padroni ?  Forse che Moro era più pacifista o meno oltranzista nelle piazze di Kossiga ?  No, ricordiamo Pietro Bruno al pari di Francesco Lorusso !  Quindi, perché mettere “mistero” su “Gladio” ?  La Verità non esce nemmeno dall’Unità: Kossiga era un servo della Nato, un fascista camuffato da democratico. Che poi abbia fatto il pazzo, probabilmente perché inserito nel programma MK Ultra con qualche disfunzione, è secondario. Ciò che conta è che nessuno, ancora oggi, profitta della morte di Kossiga per parlarci di MK Ultra in Italia !

Paolo Dorigo

(18.8.2010)

ago 17 2010

Libero anche Alessandro!!! L’Umbria anarchica in festa

Poco dopo la scarcerazione di Sergio, anche Alessandro Settepani è finalmente libero.

Erano stati arrestati oltre un anno fa con l’accusa di aver tentato di danneggiare una linea ferroviaria. Erano infatti stati trovati su una macchina rubata con degli oggetti che, secondo gli sbirri, sarebbero serviti a tagliere i fili elettrici dei treni. Solo un anno dopo vennero arrestati, Alessandro a Orvieto e Sergio a Perugia (insieme a oltre 40 perquisizioni e denunce in tutta Italia) e ora sono entrambi finalmente liberi.

I media hanno tentato di accostare il loro presunto gruppo sovversivo con quello spoletino, a loro avviso “sgominato” il 23 ottobre 2007, con 5 arresti e 4 compagni ancora sotto processo - uno di loro, Fabrizio Reali Roscini morto senza una parola di scuse né una lira di risarcimento. Erano infatti stati arrestati degli stessi magistrati (Manuela Comodi e Nicla Flavia Restivo), sanguinari che firmano sempre tutto ciò che gli ordinano i servizi segreti. E che anche in questo frangente hanno portato fedelmente a termine il loro zozzo lavoro, senza un minimo di analisi critica né tanto meno di umanità.

ago 16 2010

La semana tragica di Buenos Aires (di Lorenzo Micheli)

‘LA SEMANA TRAGICA DI BUENOS AIRES’

 Di Lorenzo Micheli

L’Argentina alla fine dell’ ‘800 è considerata il granaio del mondo e anche la massima fornitrice di carne della quale hanno un disperato bisogno i paesi industrializzati, tutti protesi nella loro corsa alla conquista dei mercati mondiali e delle colonie. Ma ad essa è precluso qualsiasi scelta autonoma in tema di politica economica. Infatti carne e grano è tutto quello che essa può produrre, non altro. Cosa e soprattutto quanto produrre, sono scelte che non spettano a Buenos Aires, questo è un affare riservato alla City di Londra e alla borsa di New York.

Questo è il ruolo che le è stato riservato dagli USA e dall’ Inghilterra, ruolo che ha fin da subito trovato una entusiastica accoglienza presso l’oligarchia ‘criolla’ che ha intuito che per essa ci saranno guadagni fantastici.

Ma per poter adempiere al ruolo che le è stato assegnato, quel grandissimo e bellissimo paese deve essere modernizzato in poco tempo. Vanno costruite dunque a ritmo accelerato strade ferrate, linee telegrafiche,  e le  industrie di trasformazione di quei prodotti dei quali il paese è ricco.

L’oligarchia, questo è il calcolo, ci metterà la terra della quale si è impadronita dopo avere massacrato gli indios Araucani, il capitale indispensabile per realizzare linee ferroviarie lunghe migliaia di chilometri, mattatoi organizzati come quelli di Milwakeen , arriverà direttamente dalle banche anglosassoni che,  nei fatti , diventeranno così il vero padrone dell’Argentina.

In pratica la borghesia argentina svenderà il proprio paese che sempre enfaticamente dirà tanto di amare e accetterà che il prezzo del frumento e della carne, venga fissato alla borsa  del grano di Chicago.

L’oligarchia argentina, per reperire quei capitali che tuttavia le abbisognano, si dà una ricetta semplice: basta non concedere alcun aumento salariale a un proletariato miserabile e cencioso che per tutti quegli anni è stato il vero motore  dello sviluppo dell’Argentina.

Infatti quel paese che alla metà dell’ ‘800 conta appena due milioni di abitanti, ha bisogno di braccia. Tanto che in poco più di cinquant’anni sono emigrati legalmente in Argentina 6.300.000 tra uomini e donne, in massima parte italiani e spagnoli.

Arrivavano a ondate, inarrestabili come un fiume in piena. Contadini per lo più, già rovinati dallo sviluppo economico che era impetuosamente iniziato, in Europa a partire dal 1870, appena dopo la fine della guerra franco-prussiana, quando si era affermata quell’idea che la terra non dovesse più produrre cibo per tutti, ma guadagni per pochi. E in quel processo di espulsione dalle terra che avevano lavorato per generazioni e generazioni, erano stati accomunati ‘vigneros’ francesi, zappaterra andalusi, cafoni siciliani e anche i contadini delle sabbiose terre dell’Assia.

Arrivavano a Buenos Aires e quasi sempre si accalcavano nelle baracche del quartiere della Boca , dipinte con i colori vivaci usati per verniciare le carene dei piroscafi, e nei pulciosi ‘conventillos’ che pullulavano allora in tutta quanta la città, abitati da almeno cinquecento persone ognuno.

I ‘conventillos’ , sono abitazioni di un centinaio di stanze ognuno, grandi come le celle dei monaci, e come queste prive di finestre, in cortile un gabinetto dove si debbono scaricare almeno un centinaio di persone .

I primi erano sorti nel 1871, per ospitare i soldati che, di ritorno dalla guerra del ‘Chaco’ avevano portato indietro oltre alle ferite, la febbre gialla . La borghesia che viveva nei quartieri di San Telmo e Monterat si era trasferita, per evitare ogni contagio, nel più salubre quartiere della  Recoleta e aveva affittato a caro prezzo alla municipalità di Buenos Aires le sue antiche case per farne dei lazzaretti.

Poi , i ‘conventilllos’, costruiti con materiale di scarto, gelidi d’inverno e torridi d’estate, sorgeranno a migliaia un po’ in tutta la città. Concentrati soprattutto nel Barrio de Las Ranas, a Rosario, La Plata e Bahia Blanca, abitati da non meno di cinquecento persone ognuno e ospitano , si fa per dire, nel 1919 almeno centomila persone. 

Gli emigrati , nei ‘conventillos’ dove vanno ad abitare,  incontravano i piccoli proprietari terrieri argentini rovinati da un raccolto andato male, o i piccoli allevatori che  erano stati costretti a inurbarsi, distrutti dagli allevamenti degli ‘hacenderos’dove pascolavano mandrie di migliaia di capi ognuna .

Nel 1907 , appoggiati dalla FORA, gli inquilini di un ‘conventillo’ , organizzati da Miguel Pepe, un ragazzo di appena quindici anni, si sono rifiutati di pagare l’affitto per quei miserabili appartamenti dove vivono fitti come mosche, che appartengono in massima parte a quegli stessi padroni delle fabbriche dove vengono sfruttati ogni giorno brutalmente, senza infingimento alcuno. Un corteo di donne, tutte armate di scope, sono uscite per strada gridando  ‘spaziamo con le scope l’ingiustizia di questo mondo’ e hanno fatto il giro di tutta la città. Il loro esempio è stato seguito da almeno centomila persone che, per un anno intero, si sono rifiutate di pagare l’affitto.

Gli operai spendevano praticamente tutto quello che guadagnavano per mantenere, appena sopra la soglia di povertà , le loro mogli, già sfiancate a trent’anni e i tanti figli che nascevano, almeno quelli che sopravvivevano al parto e alle malattie . Erano schiene forti e giovani disposte a lavorare dall’alba al tramonto per una paga miserabile.

Ma  gli oligarchi ‘si aspettavano braccia e invece arrivarono uomini ’. Perché tra quei cafoni spesso analfabeti, non erano pochi quelli che in Europa già avevano conosciute le idee del socialismo e dell’anarchia. E arrivati a Buenos Aires trovavano la Federacion Obrera Region Argentina che , a partire dal 25 maggio del 1901, quando era stata fondata, in una sala della città da cinquanta delegati in rappresentanza di trentacinque società operaie, aveva subito ricevuto l’investitura di ‘bestia nera’ da parte dei ceti dominanti di tutto il paese.

Un sindacato che aveva fatto della solidarietà di classe, dell’ internazionalismo, dell’ azione diretta e dello  ’sciopero generale rivoluzionario’ l’asse portante del suo agire quotidiano e che aveva sin da subito manifestato un’enorme combattività.

Tanto che il 1 maggio del 1909 la polizia , ha deciso di farla finita una volta per tutte con quell’organizzazione che indice uno sciopero al giorno. Così ha attaccato il corteo del sindacato e non quello dei socialisti, e in quell’occasione sono stati contati dodici morti.

Nel 1910 , la FORA ha organizzato lo sciopero del centenario quando settanta mila operai hanno costretto la borghesia ‘portena’ a festeggiare la nascita dello stato argentino  protetta dall’esercito che ha dichiaralo le legge marziale.

Ma la FORA riesce a resistere anche sotto i colpi più duri, tanto che nel 1919 conta

120.000 iscritti, 530 sindacati e una fitta rete di militanti che sono attivi in tutta quanta la città. Può anche contare su un reticolo di case del popolo, dove si organizzano conferenze, presentazioni di libri, conferenze e rappresentazioni teatrali. Inoltre edita ‘La Protesta’, un quotidiano che tira 60.000 copie al giorno e che viene venduto per strada da torme di ragazzini e su cui scrivono alcuni tra i più conosciuti e stimati intellettuali del movimento anarchico , come Diego Abad De Santillan , che fa la spola tra la Spagna e l’Argentina.

Nel 1918 e nel 1919, sempre la FORA ha indetto i primi scioperi tra i forestali di Santa Fe e del Chaco, e poi tra i piantatori dell’erba  mate di Corrientes e Misiones , scioperi che hanno suscitato una profonda impressione in tutta quanta l’Argentina. E ora si prepara a lanciare una serie di agitazioni in tutto il paese per ottenere finalmente la giornata lavorativa di otto ore.

Inoltre la classe operaia argentina, come del resto quella di tutti i paesi del mondo, è galvanizzata dalle notizie che arrivano dai quattro angoli del pianeta.

Nel Messico la rivoluzione dei campesinos diretti da Francisco Pancho Villa e da Emiliano Zapata , ha permesso l’esproprio degli immensi latifondi della canna da zucchero che avevano divorato per anni le comunità indie dello stato del Morelos, sia pure al prezzo spaventoso di 900.000 morti. A Monaco gli insorti hanno cacciato quel re da operetta di Strauss che è Ludwig III e dalla Russia , arriva la notizia che i ‘soviet’ dei contadini, degli operai e dei soldati stanno costruendo una società di tutti liberi e eguali. Portati dai marinai che arrivano sui mercantili che risalgono La Plata, arrivano inoltre le notizie che in Italia gli operai hanno occupato le fabbriche delle grandi città del nord del paese e anche in Germania i portuali di Amburgo stanno costituendo quei ‘Rate’ che di lì a poco daranno vita all’esperienza della Repubblica dei Consigli della Bassa Baviera e addirittura nel porto di Seattle gli scaricatori si sono rifiutati di caricare un mercantile che dovrebbe portare rifornimenti alle truppe dei generali zaristi.

Le notizie che arrivano, entusiasmano gli operai e nel contempo spaventano e preoccupano la borghesia ‘rioplatense’ che ha ormai scoperto di avere di fronte un proletariato combattivo che gli anarchici e i sindacalisti rivoluzionari hanno ormai organizzato in quel sindacato che non accetta compromesso alcuno e che ha fatto dell’azione diretta l’asse portante del suo modo stesso di esistere. In questo, sia pure indirettamente la FORA è aiutata dal fatto che nella società argentina manca qualsiasi garanzia costituzionale e non esiste la minima regolamentazione dei rapporti tra capitale e lavoro. Tutto è deciso dai puri rapporti di forza che i contendenti sanno mettere in campo.

Inoltre la buona società ‘bonaarense’ ha un profondo disprezzo per quelle ‘cabecitas negras’, così vengono definiti gli operai che lavorano nelle gigantesche fabbriche dove si inscatola la carne o nelle tante fabbriche tessili . E come non bastasse essi vengono comicamente definiti ‘stranieri ’ da chi il più delle volte è arrivato in città soltanto una generazione prima di loro .

E come tutte le società ‘chiuse’, la borghesia e gli alti gradi dell’esercito e della burocrazia praticano i riti esclusivi che prevedono la pratica del polo, le lunghe permanenze al Jockey Club , la carriera delle armi , specie nella

marina da guerra , i lenti e noiosi studi in pochi e selezionati collegi retti da religiosi, là dove si alleva la futura classe dirigente del paese.

Inoltre oligarchi, ufficiali, prelati e borghesi, hanno elaborato la teoria consolatoria del ‘nemico interno’che qui riveste le sembianze degli stranieri miserabili , meglio se italiani, spagnoli o provenienti dai paesi dell’ Europa dell’ Est. Quegli uomini irriconoscenti  che si approfittano della bontà e della generosità della terra che così maternamente li ha accolti e in cambio di tanta generosità, propagandano idee di sovversione e di morte.

E’ in questo clima ribollente che, nel caldo e afoso gennaio del 1919 gli operai della ‘Vasena’ il cui nome completo è  ‘Talleres Metalurgicos Pedro Vasena e hijos LTDA ’, si mettono in sciopero.

La ‘Vasena’, con i suoi 2500 operai , è una delle più grandi fabbriche del paese. Sorge nel popolare Barrio di San Cristobal, tra le vie Cochabamba e La Rioja, dove oggi c’è plaza Martin Fierro e ha i depositi in calle Pepirì e Santo Domingo al Parco Patricios vicino al Nuevo Pompeya . Gli operai sono in sciopero dal 2 dicembre, da quando hanno presentato una serie di richieste che prevedono la riduzione delle ore lavorative che vanno portate da sessantasei a quarantotto a settimana, il riposo domenicale, aumenti di stipendio del 40% e il pagamento degli straordinari. Inoltre chiedono anche il licenziamento degli ‘spioni’ che ha sul libro paga l’azienda, che ha messo in piedi un efficiente servizio informazioni che controlla tutti i dipendenti e anche le loro famiglie. Pedro Vasena , che della  Vasena è il proprietario ha ricevuto la delegazione degli operai della sua fabbrica e ha detto chiaro e tondo che lui si rifiuta anche soltanto

di prendere in considerazione anche uno solo di quei punti che ha bollato come frutto di una vera e propria ‘insolecia obrera’ , anche se sa benissimo che uno sciopero lo danneggerebbe non poco perché ha delle importanti commesse da esaudire.

Nel suo rifiuto è stato subito sostenuto  da tutta la borghesia cittadina che temono che le richieste degli operai della Vasena vengano fatte proprie dagli operai  che lavorano nelle fabbriche di tutta quanta la città. Così hanno immediatamente offerto il loro aiuto , organizzando e pagando squadre di crumiri e di picchiatori che , in nome della libertà di lavoro, provenienti dalla Asociacion del Trabajo il sette gennaio, scortati dalla polizia,

marciano sui cancelli della fabbrica presidiata dagli operai.

Altri crumiri già sono al lavoro, protetti dalla polizia nella parte dello stabilimento che è all’ intersezione tra Avenida Arancio Alcorta e Calle Pepirì.

Qui un gruppo di scioperanti con mogli e figli cercano di fermarli . Prima i crumiri vengono insultati a gran voce, poi contro di loro cominciano a volare pietre e pezzi di legno

I poliziotti che stranamente sono armati con fucili a ripetizione , cominciano subito a sparare, sparano anche i ‘matones’ che scortano i crumiri mentre questi cercano di sfondare i picchetti che si sono formati davanti ai cancelli. Il giorno dopo, verranno raccolti sul selciato della strada circa duemila bossoli che sono stati esplosi in tre ore di scontri . Quattro sono i morti e una trentina i feriti tra gli operai.  Nessuno risulta colpito tra i poliziotti.

Appena arriva la notizia di quello che è  successo alla ‘Vasena’, i  metallurgici e la ‘Società di Resistenza Metallurgici’ si mettono subito in sciopero. Poi tocca ai marittimi e ai ferrovieri che sono già in sciopero per conto loro, poi ai postali. Poi tutti  quanti assieme . La FORA da parte sua dichiara uno sciopero generale a tempo indeterminato. Il capo della polizia Elpidio Gonzalez  che si è presentato davanti ai cancelli della fabbrica , per dirigere la repressione è costretto a una fuga umiliante su un taxi, mentre la sua automobile di servizio viene data alle fiamme.

L’otto gennaio , un deputato socialista Nicolas Repetto interviene  in parlamento per chiedere a Hipolito Irigoyen il presidente del consiglio colui che tutti chiamano ‘Il Peludo’, il vegliardo che non usa mai il telefono , delle delucidazioni su quello che è successo il giorno prima .Poi porta tutta la solidarietà del partito socialista argentino e la sua personale ai familiari degli operai che sono stati ammazzati. E per i socialisti, tutto finisce lì.

Ma nelle strade le cose vanno diversamente. Si tagliano i cavi dell’elettricità, e quelli dei tram , la Vasena è circondata da barricate che sono sorte in calle San Juan, Cochabamba, Oruro, Urquiza e La Rija . Gli scioperanti si lanciano nelle vie e bloccano porti e quartieri , le panetterie e le rotative delle tipografie. Solo ‘La Protesta’ il giorno dopo, verrà  venduta dagli strilloni nelle strade.

Il giorno nove si apre in un’atmosfera plumbea e convulsa. Quella mattina in migliaia hanno deciso di partecipare ai funerali  dei quattro operai della ‘Vasena’ che sono stati ammazzati. Le famiglie e gli amici hanno voluto che i quattro venissero sepolti tutti quanti assieme. Il corteo funebre che parte dal Nueva Pompeya diretto alla ‘Chacarita’ l’immenso cimitero che tutti a Buenos Aires chiamano ‘la città dei morti’, che misura più di novantacinque ettari è fitto di migliaia di persone. Un corteo lunghissimo, e nero che pare non dovere mai finire. Pochi i mazzi di fiori , su tutto domina un silenzio sepolcrale, profondo, minaccioso. Subito dietro le bandiere della FORA, appena davanti alle quattro povere bare fatte di tavole di pino giovane in cui sono state composte le salme dei quattro operai ammazzati , si sono posizionati  un centinaio di operai che si sono investiti della ‘autodefensa obrera’. Sono tutti armati di pistole e di carabine . Vestono come gli altri con la giacchetta nera, perché ci si mette il vestito buono, quello della domenica,  per accompagnare al cimitero un compagno ucciso .

Lungo il percorso che compie il funerale, altri si armano. Vengono infatti saccheggiate tutte le armerie che il corteo funebre incontra nel suo percorso.

La prima di cui viene sfondata la clerc è quella che si apre al 3900 di via Juan  Picasso

Il corto funebre , per arrivare al cimitero ci mise alcune ore di  un

lento procedere minaccioso in una città che già a mezzogiorno risulta essere completamente paralizzata.

In tanti non riuscirono a oltrepassare i cancelli della ‘Chacarita’ , mentre i compagni del servizio d’ordine si disposero a ventaglio davanti all’ingresso principale, per difendere i tanti partecipanti al rito funebre . 
Alle cinque del pomeriggio, mentre stava parlando un anarchico, all’improvviso, da dietro un muro, la polizia cominciò a sparare, e in tanti risposero al fuoco. La gente che usciva dal cimitero cominciò ad aggredire per strada tutti i poliziotti che incontrava Decine di scontri a fuoco si accesero in tutta Buenos Aires Furono colpiti anche alcuni treni mentre stavano entrando nelle stazioni della città . Si spara alla stazione Roca, dai tetti a pagoda e i frontoni in stile ionico e alla stazione Belgrano. Si attacca l’Asociacion Nacional del Trabayo

I tram vengono rovesciati a forza di braccia, e messi di traverso in mezzo alle strade perfettamente geometriche che si incontrano sempre con un angolo di novanta gradi, per evitare il tiro diretto da parte della polizia. Poi vengono attaccati praticamente tutti i commissariati di polizia , mentre gli operai che si sono barricati dentro alla Vasena, vengono attaccati dalla polizia a  raffiche di mitra e a colpi ‘mauser’. Alle diciannove di quello stesso giorno  entra in ballo il generale Luis Delle Piane che comanda un  reggimento di fanteria . Prima di uscire dalla caserma ha dichiarato ai giornalisti ‘embedded’ lì convocati che ‘ci sarà una carneficina che si ricorderà per i prossimi cinquanta anni’.

Durante la notte, divampano nuovi  scontri un po’ in tutta la città che fanno almeno cinquanta  morti, almeno a dare retta ai rapporti di polizia. Per la FORA invece gli operai ammazzati sono più di cento.

Il 10 Buenos Aires è del tutto paralizzata , tanto che comincia anche a scarseggiare il pane.

Dove sorge il palazzo presidenziale della  Casa Rosada, l’esercito ha posizionato nidi di mitragliatrice, mentre più di trentamila soldati irrompono nei quartieri operai, perquisiscono le abitazioni e arrestano a migliaia ‘tutti sospetti’. In pratica chi vogliono loro.

Si spara su tutte le  automobili della polizia che si avventurano per strada. Colpi di rivoltella e di carabina vengono esplosi da dietro i tram. Alla fine di quella giornata si conteranno almeno altri cinquanta morti.

E’ a questo punto che arriva la Liga Patriotica  . La Liga è una vera e propria formazione paramilitare formata da ‘ninos bien’ e dai ‘mas destacados’ membri della società argentina come l’ammiraglio Manuel Domenec e soprattutto da Garcia Carles, professore del collegio militare e della Scuola Superiore di Guerra  che della Liga è il capo riconosciuto.  Eletto parlamentare l’anno prima per le province di Salta e San Juan, si è presentato in parlamento con quella che è stata una vera e propria dichiarazione di guerra:

‘Se ci sono stranieri che abusano della generosità della nostra patria, ci sono cabaleros-patriota capaci di donare la loro vita in sacrificio contro la barbarie per salvare la civiltà’. Della loro civiltà , non possono fare parte ovviamente anarchici, socialisti in genere e soprattutto gli ebrei che hanno compiuto l’imperdonabile peccato di versare il sangue di nostro signor gesù cristo.

I ‘leghisti’ per le loro azioni partono dalla ‘confiteria Paris’, o dal Centro Naval , portano bracciali patriottici e armi automatiche, provenienti dai depositi dell’esercito. Hanno a loro disposizione per gli spostamenti  numerosi taxi , generosamente pagati dagli industriali della città.

Prima la Liga ha cercato di attaccare gli operai armati, ma ha subito desistito, quando si è resa conto di trovarsi davanti a degli uomini decisi e armati che si muovono come pesci nell’acqua rappresentata dai loro quartieri.  I militanti della Liga si sono limitati così  a distruggere le rotative incustodite  della ‘Protesta’, poi ha attaccato l ‘ ‘Once’ , il quartiere che tutti in città conoscono come il ‘barrio Judio’.  

E’ questo un quartiere abitato quasi esclusivamente da emigrati russi, ebrei, polacchi e tedeschi, così è cominciata quella ‘caza al russo ’ che farà più di settecento morti e più di quattromila feriti. Vengono bruciate le sinagoghe e  le biblioteche Avangarde e Padre Sion. I bambini e le donne vengono trascinate in strada per i capelli, le vecchie vengono percosse con il calcio dei fucili. I pochi giovani trovati all’interno delle loro abitazioni, vengono finiti sul posto, in quello che fu un ‘pogrom’ selvaggio e brutale che durò due giorni.

Elpidio Gonzalez , il capo della polizia che , dopo alcuni giorni ha trovato il coraggio di uscire di nuovo per strada li incoraggia:

‘Un piccolo sforzo ancora e avremo finito dando una severa lezione agli elementi disgregatori della nazione argentina’, tra questi ha probabilmente inserito tutte quelle donne terrorizzate e urlanti che gli ‘hidalgos caballeros’ stanno stuprando.

Finalmente, in una Buenos Aires spettrale, la ‘Vasena’ cede e accorda tutto ciò che gli operai hanno richiesto, ad eccezione degli aumenti salariali che vengono concessi in ragione del venti per cento. Vengono anche liberati i cinquemila operai , compresi i dirigenti della FORA che sono stati arrestati, ma per alcuni giorni, si contano ancora disordini nella città che si esauriscono soltanto per autoconsunzione.

La calma tornerà definitivamente soltanto il giorno sedici. C’è una foto che mostra cosa fu la ‘Semana Tragica’ per la città di Buenos Aires. Un nutrito gruppo di spazzini appena gli scontri terminarono , fu spedito  a rimuovere le tante barricate e  a cancellare con l’aiuto delle manichette , le innumerevoli macchie di sangue che si erano rapprese sul selciato della strada.

Nei locali esclusivi che facevano parte del rito ‘porteno’ della’autocelebrazione dell’oligarchia, il giorno diciassette del mese di gennaio dell’anno 1919, si indisse una sottoscrizione ‘Pro Defensores del Orden’, sottoscrizione che in poche ore, raggiunse la  strabiliante cifra di ventimila  pesetas.

Versarono il loro obolo proprio tutti: da  Horacio Sanchez  , al Jockey Club che diede cinquemila pesetas, cinquemila arrivarono dai padroni , dei ‘Frigoriferi Swif’ e da quelli dei   ‘Frigoriferi Armour , e quelli furono soltanto i primi sottoscrittori. C’erano infatti tutte le famiglie più in vista della città su quel  foglio , con cui si spiegava che la colletta era indetta per i ‘ difensori della famiglia e dei buoni costumi’ . Molto probabilmente qualche pesetas toccò anche a chi aveva pugnalato a morte Paulina Viviani, una ragazzina di appena tredici anni.

Ovviamente alle famiglie operai non toccò neanche una ‘peseta’. Secondo le stime più prudenziali, i morti tra le fila degli operai e tra le loro famiglie furono più di mille. Non si sa quanti furono i morti tra i poliziotti, i soldati, gli uomini della ‘Liga’ e i ‘matones’ dell’ ‘Asociacion del Trabayo’.

Lorenzo Micheli

ago 16 2010

L’azione di Greenpeace aggrava la crisi nel governo: scontro Zaia-Galan, agricoltori divisi

Ogm, Zaia applaude il blitz dei no global. Galan: «Squadristi»

Distrutto un campo transgenico nel Pordenonese. Agricoltori divisi, lo scontro si allarga alla base

 

http://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/politica/2010/10-agosto-2010/ogm-zaia-applaude-blitz-no-global-galan-squadristi-1703551533546.shtml

Il blitz degli no global nel Pordenonese (Ansa)Il blitz degli no global nel Pordenonese

 

VENEZIA — Sul tema la pensano in maniera diversa. Si sa. E però partendo da posizioni assai distanti certo il ministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan ed il suo predecessore, ora governatore, Luca Zaia, hanno raggiunto ieri distanze siderali, riuscendo a dare dello stesso fatto (il blitz no global sui campi ogm di Pordenone) letture diametralmente opposte. Finendo per litigare un’altra volta. «E’ stata un’azione squadrista» ha tuonato il ministro azzurro. «E’ stata solo ripristinata la legalità» ha sentenziato di rimando il presidente leghista. E le associazioni degli agricoltori, schierandosi al fianco ora dell’uno ora dell’altro, si spaccano. Ad accendere l’ennesimo scontro tra gli eterni duellanti della politica veneta, come detto, è stato stavolta il raid ambientalista andato in scena ieri, poco dopo mezzogiorno, appena di là del confine veneto, in un terreno coltivato con mais geneticamente modificato a Vivaro, nel pordenonese, già nel mirino di Greenpeace.

Una settantina di ragazzi in tuta bianca è entrata nel campo di proprietà di Giorgio Fidenato, leader di Agricoltori Federati, ed è riuscita a radere al suolo le piante transgeniche, prima d’essere identificata dagli agenti intervenuti per fermare l’azione dimostrativa. Luca Tornatore, ricercatore veneziano all’università di Trieste e portavoce dei Centri sociali del Nord Est e dell’Associazione Ya Basta, ha spiegato che l’azione era rivolta «contro la violenza che gli Ogm portano sull’ambiente e per gli esseri umani. In questo modo la vita viene messa a disposizione del mercato e del profitto». L’obiettivo, a detta dei no global, era impedire che il mais maturasse e i semi geneticamente modificati fossero diffusi nell’aria. Appena la notizia è approdata a Roma, il ministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan, da sempre possibilista sulla sperimentazione delle coltivazioni ogm, ha tuonato: «Si è trattato di un’azione squadristica» ed invitato le forze dell’ordine ad identificarne al più presto gli autori, «violenti, squadristi della peggior specie, intolleranti da condannare in ogni senso». Il ministro ha poi ricordato che «le istituzioni preposte a seguire la vicenda degli ogm in Friuli stanno proseguendo nell’attività di accertamento e a giorni saranno resi noti i risultati di verifiche e analisi. In ogni caso, ogni cittadino italiano è tenuto a rispettare leggi e regole della civile convivenza».

Proprio i ritardi dei controlli avviati dagli ispettori ministeriali e dalla procura della Repubblica di Pordenone dopo il sequestro di un secondo campo ogm in Friuli, a Fanna, sarebbero invece per il governatore Zaia la causa scatenante del raid: «Nei campi di Vivaro è stata ripristinata la legalità. Abnorme, semmai, era una coltivazione di mais ogm assolutamente illegale. Non è possibile pensare di introdurre arbitrariamente ogm in Italia senza che questo non inneschi le proteste, sacrosante, di tutti coloro che hanno a cuore la nostra agricoltura. Ci sono delle regole che vanno rispettate e bisogna far capire alle multinazionali (il mais piantato a Vivaro è prodotto dalla Monsanto, ndr.) che nel nostro Paese non si possono introdurre coltivazioni Frankenstein senza autorizzazione». Quindi, sibillino, ha aggiunto: «In assenza di condanna e di atti conseguenti, si dovrebbe concludere che chi sapeva e non ha agito era correo in un evento certamente illegale – ha concluso -. È comprensibile che quando un cittadino assiste a un reato voglia intervenire per impedirlo. Negarlo sarebbe come dire che non si dovrebbe muovere un dito mentre vediamo compiere una rapina in banca». Si divide dunque la politica e si dividono anche le associazioni di categoria.

Con Galan si schierano Confagri («Alla violenza verbale si è unita ora anche quella fisica, quello che è successo è inaccettabile ed illegale, le intimidazioni vanno punite») e Futuragra («Questo è il frutto del terrorismo mediatico fatto finora, la politica rifletta e ridia agli agricoltori che vogliono lavorare e produrre per il proprio Paese quella libertà di scelta indispensabile per il progresso e sviluppo oltre che per salvare le aziende agricole italiane») mentre Giorgio Fidenato annuncia una querela a Zaia per apologia di reato: «Questi sono nazicomunisti e i compagni di strada della Coldiretti ed anche Zaia ha dimostrato la sua natura di nazicomunista ». Va da sé invece che la Coldiretti si schieri col governatore, accusando, pur senza mai citarlo, il suo successore al ministero: «Chi ha tollerato una manifesta illegalità, oggi non può ergersi a censore. Ci siamo trovati di fronte alla grave latitanza delle autorità. Non c’è da scandalizzarsi se quando si semina vento poi si raccoglie tempesta». Nel mezzo rimane la Cia, che avverte: «E’ stata violata la legge sugli ogm ma all’illegalità non si può rispondere con l’illegalità».

Marco Bonet
10 agosto 2010

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