giu
18
2012
Bancarotta (o della rivisitazione delle pratiche di lotta)
riceviamo e pubblichiamo:
Bancarotta (o della rivisitazione delle pratiche di lotta)
Sfruttati malpagati e frustrati. Non è più fantascienza, ma realtà di tutti i giorni. L’efficientismo positivista del sistema welfare è crollato a terra sotto una raffica di proiettili provenienti un po’ da tutte le parti: ideologismo patologico del liberismo e della sinistra élitaria che lo ha concepito; finanza sciacalla, onnivora e onnipotente; speculazione, degrado civile (e morale); alienazione e consumismo. Che il welfare state non riuscisse più a coprire tutto lo stuolo di necessità (vere, presunte o indotte) che bussano alla sua porta, lo dimostra con eclatante crudezza la cifra abnorme (in particolare quella italiana) del debito pubblico, un golem gargantuesco che non fa che aumentare.
Che il nocciolo della questione sia la fantasmatica mano nera della finanza speculatrice, che agguanta senza remore o distinguo tutto quello che luccica, è ormai chiaro anche a chi non vuol vedere. C’è voluto un governo di professori (ma perché nessuno la chiama col suo nome di tecnocrazia?)- i più eccelsi nel loro campo, a quanto pare- per risanare un paese allo sbando, ma soprattutto (e col gran fragore dello squillo di trombe mediatico) per ridar fiducia ai mercati. Come se i mercati fossero anche lontanamente accostabili ai sentimenti di un essere umano. Il governo tecnico non è stato però messo lì dall’elettore medio, il pinco pallino che si sveglia alle cinque e va a fare il suo lavoro, sporco o pulito, qualsiasi esso sia, fino alla sera quando ritorna per svenire sul divano (pagamento rateizzato), nella casa (con mutuo secolare) che, se le cose continuano così, finiranno di pagare i suoi discendenti. Il punto non è (ancora) l’uomo medio, bensì quei “pochi” che hanno deciso che per il loro bene le cose dovessero andare così.
Francamente non so quale debba essere il detonatore che faccia finalmente scattare la scintilla della dignità nell’uomo medio, non so quanto ancora sia disposto a tollerare sulla propria pelle senza battere ciglio. Non è sufficiente un‘età pensionabile, pari ai contratti di semi-schiavitù a cavallo tra Otto e Novecento, quando la giornata lavorativa era di sedici ore e si dormiva tutti in un loculo miasmatico. Non è sufficiente un meccanismo sistematicamente predatorio che lo priva della possibilità di decidere fin dal primo giorno della sua età adulta, ma- a voler essere radicali- della sua nascita. Mi meraviglia e mi disgusta scoprire ogni giorno che la soglia di tolleranza è a un livello altissimo.
È anche tragicamente chiaro che, a meno di grosse eccezioni, le pratiche di salvaguardia della dignità umana finora sperimentate non sono più adatte. Dove per pratiche di salvaguardia, intendo di resistenza e di lotta. Scendere in piazza a far esplodere i colori, a ballare e “a far vedere quanti siamo” è colpevole, inutile, inattuale e farsesco quanto starsene davanti al televisore guardando spot, addentando cheeseburger e sorseggiando bevande gassate.
È vero d’altra parte che la violenza indotta dalla rabbia e dalla conseguente perdita di lucidità non è altro che un tenue palliativo per le coscienze bisognose di ripulirsi. La guerriglia è poco, e relativamente utile: qual è il beneficio che si può trarre dalla distruzione materiale della sede di governo, o dall’ufficio centrale di una banca? Le azioni e i meccanismi che ci ingabbiano si risolvono nel miracolo della digitalizzazione, della comunicazione, dei computer, dei modem. Eliminare fisicamente un modem è, però, atto altrettanto controproducente, e finirebbe persino per essere infamato nel disgraziato termine di azione dimostrativa: la banca non avrà problemi ad acquistarne un altro o a farselo rimborsare.
La strategia accorta deve utilizzare le famigerate falle del sistema, quei pochissimi buchi sfuggiti al suo occhio oppressore. Le banche detengono i risparmi di tutta una vita di milioni di persone e ne traggono un beneficio criminale (visto poi il loro coinvolgimento nella produzione di, ad esempio, armi, etc.). l’idea, nient’affatto nuova è questa: basta soldi in banca. D’altronde- se mi è permessa un po’ d’ironia- cos’ha il materasso in meno della banca?
Che ritorni a noi la gestione, l’utilizzo e il beneficio dei nostri soldi.
Che ritorni a noi anche la gestione del luogo di lavoro. Ma una gestione del lavoro che tracci finalmente ed adeguatamente una linea di demarcazione tra il necessario e il superfluo: c’è bisogno di un ripensamento del modus vivendi che parta dalle’eliminazione totale del consumismo come stile di vita. Gran parte delle industrie e degli uffici che “producono” lo fanno in maniera malata, anomala, senza senso. La riappropriazione della dignità della persona è, in primo luogo, un obbligo (ha ormai smesso di essere scelta) verso noi stessi, per toglierci di dosso abitudini cancerogene (l’urbanità stessa è patogena) e ritrovare un benessere vero.
Ci si dilania per scovare il più recente e più efferato crimine contro l’umanità- andando a caccia dei vari Milosevic, Bokassa, Duvalier, khmer rossi e bianchi e quant’altro- senza nemmeno accorgerci che l’offesa più grande (perché proposta sistematicamente e su scala globale) e più inumana (perché volta a espropriarci della nostra esistenza) avviene tutti i giorni sotto gli occhi di tutti.
Rammentiamo che tutto questo (tutta questa scintillante, opulenta civiltà) è nata solo per due ragioni, due motivi così banali e così semplici che, se ci si ferma un momento a pensare, fanno sembrare noi e i nostri problemi tremendamente stupidi: il bisogno di alimentarsi e il bisogno di mantenere il corpo al caldo.


