mag 23 2012

Azzoppamento Adinolfi. Il commento di Massimo Varengo, della Federazione Anarchica Italiana e redattore di Umanità Nova

 

fonte

http://anarresinfo.noblogs.org/2012/05/20/gli-anarchici-i-media-il-ferimento-di-adinolfi/

 

Gli anarchici, i media, il ferimento di Adinolfi


Anarres ha fatto una lunga chiacchierata con Massimo Varengo della FAI milanese sulla campagna antianarchica dei media, sul ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo nucleare Adinolfi, sulla FAI informale, sulla violenza, la lotta armata, l’azione diretta popolare.

Ascolta l’intervista a Massimo

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Nell’articolo che segue Massimo riprende gran parte dei temi affrontati nella chiacchierata con Anarres a radio Blackout.
Il suo articolo è stato pubblicato sul numero di questa settimana di Umanità Nova.

Armi della critica e critica alle armi

“Quando si sta portando una rivoluzione per la liberazione dell’umanità, bisogna avere rispetto della vita di ogni uomo e di ogni donna… Il terrorismo viola la libertà degli individui e perciò non può essere utilizzato per costruire una società anarchica”.

Michail Bakunin

L’immediata gestione mediatica del mostruoso attentato di Brindisi la dice lunga su quali sono le intenzioni dell’oligarchia al potere. Un atto vile, di terrorismo indiscriminato, in stile iracheno, contro delle giovani donne, antisociale e criminale, viene tranquillamente assimilato ad episodi di lotta armata, magari con origini greche, con contorno mafioso, con l’obiettivo palese della realizzazione dell’unità di tutti gli schieramenti in difesa dello Stato, un’unità che abbiamo visto all’opera negli anni della solidarietà nazionale, delle leggi speciali, dell’arretramento sociale e culturale del paese.
Ma segnali di questo modus operandi li avevamo già registrati nei giorni precedenti.
In un ufficio dell’Ansaldo Energia è apparsa una scritta, piccola piccola, dieci centimetri in tutto, a matita pare, con una minaccia di morte al presidente di Finmeccanica, Orsi. Accompagnata da una stella a cinque punte e la sigla B.R. Basta questo evidente sfogo di un impiegato incazzato contro i suoi capi, per alimentare la canea mediatica sul pericolo terrorista.
Se si andasse in qualsiasi cesso a rilevare scritte, per i pennivendoli ce ne sarebbe del materiale da campare per anni.
Vale lo stesso per il volantino fatto recapitare a “Calabria Ora”, una ridicola ed evidente falsificazione, probabilmente opera di un altrettanto incazzato contribuente nei confronti di Equitalia, ma utile per dare fiato alle trombe sul pericolo terrorista.
E che dire del drappo rossonero appeso alla lapide che in piazza Fontana, a Milano, ricorda l’assassinio del compagno Pinelli: secondo l’intrepido giornalista, rappresenterebbe una sfida in quanto sarebbe stato applicato proprio nell’anniversario dell’omicidio del commissario Calabresi. Peccato che quel drappo fosse lì dal Primo maggio, messo da qualche compagno o compagna al termine della manifestazione.
C’è da essere sicuri che ogni scritta, vecchia o nuova che sia, ogni sia pur piccola iniziativa anarchica, nei prossimi giorni godrà della massima attenzione mediatica: è chiaro che c’è chi vuole dimostrare l’esistenza di una forte minaccia anarchica, ovviamente violenta e terroristica, al bengodi che stiamo vivendo. E molti altri gli vanno a ruota.

Nelle crisi sono sempre ricercati dei capri espiatori, su cui indirizzare l’attenzione della cosiddetta pubblica opinione. Come sono riusciti negli anni ’80 a svuotare di segno e di contenuto la ricchezza dei movimenti del decennio precedente, rovesciandogli addosso, a tutti ed indistintamente, la responsabilità del lottarmatismo, facendo di ogni erba un fascio, comminando carcere a pioggia, provocando divisioni e contrapposizioni, così oggi c’è chi intende rispolverare i vecchi arnesi della criminalizzazione preventiva. 
D’altronde la situazione per “lor signori” non è facile, devono far digerire misure sempre più indigeste e la paura di una ribellione sociale cresce in loro, anche più preoccupante perché si allarga in prospettiva a settori sociali tradizionalmente moderati (l’artigiano, il trasportatore, il piccolo imprenditore che prende il fucile, ecc.), aprendo un nuovo terreno di scontro – quello fiscale – che mai era stato appannaggio dei movimenti di contestazione radicale.
La voracità delle banche e delle oligarchie al potere non lascia grande spazio a politiche di crescita e la crisi dei derivati è lungi dall’essere risolta. La politica mascherata da tecnica amministrativa deve dar prova della sua capacità di governo, ricorrendo magari a soluzioni progressivamente autoritarie, come quelle che ci sta facendo digerire da tempo. 
D’altronde se un autentico liberale come Piero Ostellino sul “Corriere della Sera” si permette di bollare il governo Monti/Napolitano di “salazarismo”, richiamando alla memoria il regime tecnocrate e conservatore che dominò il Portogallo per 50 anni, cosa dovremmo dire noi che verifichiamo ogni giorno sulla nostra pelle la riduzione degli spazi di espressione e di agibilità, di effettiva libertà di organizzazione e di azione?
Ovviamente anche l’attentato al dirigente dell’Ansaldo Nucleare è stato colto al volo per rilanciare, dopo le varie informative dei servizi segreti sul pericolo “anarco-insurrezionalista”, l’incombenza della minaccia terroristica di matrice anarchica, collegandolo al malcontento sociale crescente, al movimento NoTav e a chi più ne ha più ne metta. Un’operazione ardita questa perché ci vorrebbe qualcosa di più sostanzioso per potere collegare il terrorismo all’insofferenza sociale e al diffuso sentimento anti partitico, depotenziandone così i possibili sbocchi conflittuali e criminalizzando preventivamente ogni capacità di risposta popolare. Se poi si vuol collegare direttamente la rivendicazione del nucleo Olga ai movimenti sociali, basterebbe l’affermazione fatta dallo stesso “di non ricercare il consenso” per troncare sul nascere la discussione.
Ma temo che questo non basti per smontare il tentativo di sviluppare nell’immaginario collettivo del paese una legittimizzazione di una politica oppressiva in nome della difesa dal terrorismo.

Se l’operazione in corso è questa, è evidente che bisogna aspettarsi di più e di peggio.
In una situazione dove l’aggressione al livello di vita della popolazione si sta intensificando, soprattutto nel settore del lavoro dipendente, del precariato, del piccolo artigianato e commercio, e dove si avrebbe bisogno di tutta la mobilitazione, di tutta l’intelligenza e della capacità collettiva per organizzare risposte incisive, promuovere lotte, sviluppare iniziative di solidarietà sociale, dare ossigeno alle forme autogestionarie di risposta concreta alla crisi, appare inevitabile doversi misurare con chi pensa che un gruppo, un’organizzazione, dura, combattente, clandestina, possa ottenere risultati efficaci, con chi pensa di avere la risposta in tasca. Come il gruppo che ha firmato l’attentato al dirigente di Ansaldo Nucleare rivendicando  la sua appartenenza alla federazione anarchica informale. Soprattutto se l’enfasi mediatica con il quale vengono riportate le “loro” imprese è funzionale al coinvolgimento di tutto il movimento anarchico in un processo di criminalizzazione generale, avente per perno la lotta al terrorismo.
A questo proposito la Federazione Anarchica Italiana ha da tempo denunciato l’uso infame e strumentale del proprio acronimo (FAI) per propagandare le azioni e le prese di posizioni del cosiddetto “anarchismo informale”. Uso che non solo tende a confondere deliberatamente le acque, ma che è rivelatore di una mentalità di tipo egemonico, autoritario, tendente a sovrapporsi all’esistente non con un libero confronto di idee e di proposte, tipico della metodologia anarchica, ma con l’appropriarsi – questo si molto formale – di una sigla caratteristica di altri.
Mentalità autoritaria ed egemonica che si manifesta, tra l’altro con la distribuzione a destra e a manca, di insulti e di giudizi, in merito a coraggio, paura, vigliaccheria, cinismo, ecc. ecc. così come si ricava dalla lettura della rivendicazione. Contrariamente a quanto affermiamo nel nostro patto associativo, il patto che abbiamo sottoscritto per definire le nostre relazioni all’interno della FAI, e cioè che “la FAI non pretende ad alcun monopolio dell’anarchismo”, dovremmo subire giudizi sprezzanti, predicozzi manichei, a nome di un neo-anarchismo che pretende il monopolio dell’idea erigendosi a giudice, prete e boia. È francamente un po’ troppo.
Per quanto riguarda l’azione di Genova l’anarchismo organizzato nell’Internazionale ha dato da tempo una risposta all’avanguardismo armato, confutandone ragioni e metodi.
Se concordiamo con la definizione che i dizionari danno della parola violenza (“Coazione fisica o morale esercitata da un soggetto su di un altro così da indurlo a compiere atti che non avrebbe compiuto”, Zingarelli) non possiamo che classificare la violenza all’interno degli strumenti dell’autoritarismo.
Ed è per questo che nessun anarchico ritiene possibile elevare a sistema la violenza o concepirla come la levatrice del processo rivoluzionario. Tuttalpiù l’atto violento può essere inteso come una penosa necessità per contrastare la violenza, grande e generalizzata dello Stato e del sistema capitalistico. Per gli anarchici è evidente che l’atto violento in sé, in quanto atto autoritario, sostanzia un potere, e se eretto a sistema, rigenera lo Stato.
L’anarchismo si è sempre basato sulla consapevolezza nello scegliersi azioni ed obiettivi, e sulla responsabilità personale nel perseguirle, per cui se rifiuta da un lato di sposare tesi violentiste, dall’altro rifugge da impostazioni piattamente non violente; piuttosto esso rimanda sempre alla coscienza degli individui e alla interpretazione del momento storico in cui essi vivono.
L’efficacia dell’azione diretta non viene espressa dal grado di violenza in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di indicare una strada praticabile da tutti, di costruire una forza collettiva in grado di ridurre la violenza al minimo livello possibile all’interno del processo di trasformazione rivoluzionaria. Ed in questa ricerca il “piacere” dell’arma rappresenta un ostacolo insormontabile.
Con buona pace dei Nečaev di turno.
max

 

18 commenti a “Azzoppamento Adinolfi. Il commento di Massimo Varengo, della Federazione Anarchica Italiana e redattore di Umanità Nova”

  1. Riccardo scrive:

    sono daccordo che l'acronimo (F.A.I) crea molta confusione ,specialmente su chi non conosce bene la storia del movimento anarchico, ma accanirsi su la proprietà della sigla non mi sembra giusto,primo perchè è evidente che i due acronomi anno due significati totalmente diversi, secondo perchè fare polemica sulla paternità o la proprietà intellettuale dell'acroniomo non mi sembra coerente per un anarchico.riguardo a  l'uso della violenza( solo nel caso del dirigente di ANSALDO NUCLEARE) mi sembra eccessivo accusarlo di autoritarismo perchè anche imporre l'uso della non-violenza come unica forma di lotta può ricevere la stessa accusa. 

  2. Giobbe scrive:

    Nell'intervento non si parla di "non violenza" ma di uso limitato della violenza.
    Per quanto poi riguarda l'acronimo FAI non si tratta di rifvendicarne la proprietà (sic!) bensì di evitare quella che tu definisci "confusione" (i media ci sono andati a nozze, ovviamente). Se mi chiamo Mario Rossi e qualcuno scrive sulle scale di casa che l'amministratore dello stabile è un ladro e si firma come Mario Rossi, posso legitttimamente incazzarmi con costui ?
    Salud
     

  3. (A) scrive:

    Non vorrei che la forma servisse a coprire la sostanza…perché non vi incazzate con la federazione anarchica iberica? o meglio perché gli iberici non si incazzano con voi, anche se la sigla fai è stata prima loro che vosta…

    Perché le azioni della faitaliana o faiberica non spaventano. Allora, dico io, parliamo dei fatti e non dei nomi

  4. Cane scrive:

    (A): la questione è che è difificile palrare dei fatti quando qualcuno usa il tuo stesso acronimo. Perchè ognuno non può essere responsabile delle proprie azioni? Ritengo che la FAItaliana sia nel pieno diritto di rimarcare la propria differenza dalla FAInformale. Detto questo però, nelle critiche è andata un pò oltre, perchè si è arrogata il diritto di dire chi siano i veri anarchici e chi siano quelli finti  quelli che sbagliano. Da questo punto di vista si è messa sullo stesso piano della FAInformale.
    Credo che la critica debba esssere più concreta e meno fatua, senza sta lì a rivendicare la propria presunta superiorità anarchica.
     
     

  5. Papa J scrive:

    Giobbe io ho capito il tuo discorso, però devi considerare che ormai questo acronimo non riguarda solo il nostro Paese ma tutto il mondo. ci sono nuclei FAI in Bolivia, in Cile, in Inghilterra… poi ovviamente si può essere o meno d'accordo con le loro azioni e con questo modo di concepire l'anarchismo, ma la questione "nominale" ormai ha travalicato la sola Italia.
    Io piuttosto mi incazzerei per l'uso stronzo che si fa del termine "anarchico" da ben prima che gli informali sparassero ad Adinolfi, come in questo caso dove "anarchico" designa uno stronzo di speculatore edilizio che IMPONE l'autorganizzazione dei quartieri facendo intanto un sacco di soldi: http://www.napolimonitor.it/2012/04/03/12116/breve-storia-di-alfredo-romeo-anarchico-del-mattone.html

  6. pippi scrive:

    interessante commento del comidad a proposito di brindisi
    http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=488

  7. Riccardo scrive:

    ma il  comunicato non è stato firmato con il nome della federazione anarchica italiana, ma con quello della federazione anarchica informale,quindi perchè incazzarsi?…. e l'esempio di Mario Rossi non è giusto perchè non si sono firmati con il nome della federazione anarchica italiana.poi ho parlato di non-violenza perchè secondo me nell'intervento si percepiva una forte avversione nei confronti dell'attentato al dirigente dell' Ansaldo Nucleare.

  8. Virgilio scrive:

    Inutile accapigliarsi sull'utilizzo di un acronimo, specie quando ci si trova di fronte ad una questione assai più  annosa: il gesto compiuto a Genova è o non è esiziale per il raggiungimento di obiettivi "rivoluzionari"? Propendo fortemente per la prima opzione, giacchè il modus operandi brigatista è quanto di più autoritario possa esistere ed il suo impiego non può che sprofondare l"'azione diretta" in un baratro tetro e senza fondo. Lasciamo i giudici, i boia e le esecuzioni allo stato ed ai marxisti e teniamoci la libertà. Detto ciò, aggiungo che la F.A.Italiana dovrebbe occuparsi di questioni più importanti (ad esempio il suo essere autoreferenziale e democristiana) dell'acronimo.

  9. m scrive:

    Tutti ce l'hanno con la FAItaliana, anche io per la verità di solito, ma questa volta la Federazione anarchica italiana, come organizzazione, NON HA CONDANNATO.
    Ha condannato Varengo, hanno condannato gruppi locali, ha condannato (A) rivista, pur non aderendo alla FAI, suppongo ci saranno articoli di condanna nel prossimo Umanità Nova, ma non la struttura FAI per intero.
    http://www.federazioneanarchica.org/comunicati.html
    Come mai? Allora io conosco, perché amici ahime faitaliani, come funziona li dentro. Giustamente, in quanto anarchici, se non c'è l'unanimità non possono prendere posizioni a nome di tutti.
    Il punto quindi è: NON C'E' L'UNANIMITA', quindi ci sono compagni che questa volta hanno messo il veto sulle condanne. Ad esempio il gruppo della mia città, che non vi dico per loro rispetto, come mi ha raccontato proprio ieri sera una amica.
    Il punto interessante, allora, è proprio questo, ovvero che queste azioni hanno avuto popolarità o quanto meno meno sdegno del solito.
    Quindi dico ai compagni che mi pare la pensano un po' più come me: per una volta che la FAI non ha condannato non stiamo ad attacarli cazzo! Limitiamoci ad attaccare i soliti vecchiacci che prendono le distanze

  10. Uno della FAItaliana scrive:

    x M.
    Mi spiace caro ma stai dicendo una cosa non vera. Il comunicato sulla gambizzazione non è stato fatto non perchè ci siano all'interno della FAItaliana diverse posizioni sull'accaduto, ma perchè una parte non riteneva utile fare l'ennesimo breve comunicato che sarebbe stato solo censurato o manipolato dai media quanto piuttosto produrre un documento politico complessivo sul lottarmatismo e questioni correlate. Ti assicuro che se uno degli infamali ci capitasse a tiro la prima cosa che faremmo sarebbe dargli un mucchio di schiaffoni e calci nel culo.
     
     

  11. anonimo scrive:

    "I soliti vecchiacci"…quanto è vero! Sono d'accordo:  Giovinezza al potere!

  12. z scrive:

    Virgilio scrive:
    Detto ciò, aggiungo che la F.A.Italiana dovrebbe occuparsi di questioni più importanti (ad esempio il suo essere autoreferenziale e democristiana) dell'acronimo.
    vedo che parli per esperienza diretta e vissuta… Sei trasparente. E naturalmente continui a lavorare per distruggere

  13. il professore scrive:

    scusate ma sta cosa della sigla FAI mi sembra davvero fuori dal mondo. la rete della federazione anarchica informale / fronte rivoluzionario internazionale esiste in tutto il mondo, recentemente ha fatto un sabotaggio alle ferrovie di bristol…
    mi sembra incredibile la vostra tesi che gli infamali di tutto il mondo, come li chiamate voi, dall'indocina (dove ceramente non c'è la sigla fai ah ah ah) al messico complottino contro la faitaliana.
    mi sembrate un po' troppo egocentrici

  14. Cane scrive:

    Bè, in realtà nel primo documento della FAInformale si fa un riferimento ironico all'acronimo FAI a dimostrazione che c'era una precisa volontà e un preciso riferimento. In seguito la sigla è stata poi utilizzata da altri gruppi non italiani. L'incazzatura della FAitaliana è più che legittima, semmai è assurdo presentare l'anarchia come un pensiero pacifista e nemico dell'azione di forza (esistono anche i pacifisti, ed hanno tutto il mio rispetto e il diritto di essere chiamati anarchici, ma non sonoc erto rappresentativi della storia della FAItaliana)

  15. ginetta scrive:

    ormai sono passati anni e non credo, come dice il professore, che l'acronimo in arabo-indonesiano o in inglese sia lo stesso…
    mettiamoci il cuore il pace e parliamo di cose serie

  16. Uno della FAItaliana scrive:

     
    Della lotta armata e di alcuni imbecilli
    Nel nostro paese la situazione politica e sociale mostra chiari segni di un'involuzione autoritaria su scala globale. Il dispiegarsi di politiche disciplinari in risposta alle questioni sociali è segno che il tempo dei compromessi, delle socialdemocrazie sta tramontando. Potremmo dover fare i conti con il rischio che si impongano regimi decisamente autoritari. La criminalizzazione dei movimenti sociali e degli anarchici, prepara il terreno e nuovi dispositivi repressivi: nuove leggi, nuovi procedimenti penali, una sempre più forte torsione delle normative vigenti, un sempre maggior controllo militare del territorio. 

    L'immediata gestione mediatica del mostruoso attentato di Brindisi la dice lunga su quali sono le intenzioni dell'oligarchia al potere. Un atto vile, di terrorismo indiscriminato, contro delle giovani donne, antisociale e criminale, viene tranquillamente assimilato ad episodi di lotta armata, magari con origini greche o con contorno mafioso, con l'obiettivo palese della realizzazione dell'unità di tutti gli schieramenti in difesa dello Stato, un'unità che abbiamo visto all'opera negli anni della solidarietà nazionale, delle leggi speciali, dell'arretramento sociale e culturale del paese. 

    Anche il ferimento dell'AD di Ansaldo nucleare e la rivendicazione inviata al Corsera dal nucleo "Olga" della FAInformale dimostrano come azione e comunicazione si intreccino e si confondano in un gioco di specchi infinito e deformante. Occorre osservare con attenzione per coglierne l'intima trama.
    I media, gli stessi che minimizzano da sempre la ferocia della guerra che l'esercito italiano combatte in Afganistan, hanno sparato a zero contro il movimento anarchico, quel movimento che non si sottrae alle lotte sociali, che è in prima fila nei movimenti per la difesa ambientale, contro la guerra e il militarismo, contro le leggi razziste e le politiche securitarie nel nostro paese.
    Giornali, radio e televisioni, che nell'immediato non avevano alzato i toni, si scatenano dopo la rivendicazione.

    Nelle crisi sono sempre ricercati dei capri espiatori, su cui indirizzare l'attenzione della cosiddetta pubblica opinione. Come sono riusciti negli anni '80 a svuotare di segno e di contenuto la ricchezza dei movimenti del decennio precedente, rovesciandogli addosso, a tutti ed indistintamente, la responsabilità del lottarmatismo, facendo di ogni erba un fascio, comminando carcere a pioggia, provocando divisioni e contrapposizioni, così oggi c'è chi intende rispolverare i vecchi arnesi della criminalizzazione preventiva. 
    D'altronde la situazione per governi e padroni non è facile: devono far digerire misure sempre più indigeste e in loro cresce la paura di una ribellione sociale. 
    Il ferimento di Adinolfi è stato colto al volo per rilanciare, dopo le varie informative dei servizi segreti sul pericolo "anarco-insurrezionalista", l'incombenza della minaccia terroristica di matrice anarchica, collegandolo al malcontento sociale crescente, al movimento NoTav e, in generale, contro ogni forma di opposizione sociale. 
    Se l'operazione in corso è questa, è evidente che bisogna aspettarsi sempre nuove operazioni repressive. 
    In una situazione dove l'aggressione alla qualità della vita della popolazione si sta intensificando, soprattutto nel settore del lavoro dipendente, del precariato, del piccolo artigianato e commercio, e dove ci sarebbe bisogno di tutta la partecipazione, di tutta l'intelligenza e della capacità collettiva per organizzare risposte incisive, promuovere lotte, sviluppare iniziative di solidarietà sociale, dare ossigeno alle forme autogestionarie di risposta concreta alla crisi, appare inevitabile doversi misurare con chi pensa che un gruppo, un'organizzazione, dura, combattente, clandestina, possa ottenere risultati efficaci, con chi pensa di avere la risposta in tasca. Come il gruppo che ha firmato l'attentato al dirigente di Ansaldo Nucleare rivendicando la sua appartenenza alla federazione anarchica informale. Soprattutto se l'enfasi mediatica con il quale vengono riportate queste azioni è funzionale al coinvolgimento di tutto il movimento anarchico in un processo di criminalizzazione generale, che ha investito pesantemente anche la Federazione Anarchica Italiana.
    Non per caso il testo del nucleo "Olga" viene pubblicato integralmente dal Corriere della sera, che decide in tal modo di fare da megafono alla FAInformale. Viene da chiedersi il perché. La risposta non è difficile. 
    Il comunicato, dopo le prime righe sulla questione nucleare, è dedicato alla propaganda: buona parte del documento è un attacco violentissimo al movimento anarchico nelle sue tante componenti. 
    Tutti i quotidiani, i GR e i telegiornali dedicano ampio spazio ad un testo in cui si sostiene che gran parte del movimento anarchico fa proprio un anarchismo "ideologico e cinico, svuotato da ogni alito di vita". Non solo. Secondo gli informali gli anarchici impegnati nelle lotte sociali "lavorerebbero per il rafforzamento della democrazia". Ossia per il mantenimento dell'ordine gerarchico. 
    Chi legge ha l'impressione che lo scopo reale dell'azione non fosse tanto un monito ai signori dell'atomo, quanto l'ottenere l'audience adatta a far sapere a tutti la propria opinione sul movimento anarchico.
    L'azione degli anarchici è descritta come mera attività ludica, "ascoltare musica alternativa" mentre il "nuovo anarchismo" nasce dal gesto di "impugnare la pistola", dalla scelta della "lotta armata".
    Il mezzo annebbia a tal punto il fine che i supereroi da cartone animato, che non amano "la retorica violentista ma con piacere" hanno "armato" le proprie mani non si rendono conto che nel nostro paese il nucleare è al momento uscito di scena, grazie alle lotte e ai movimenti popolari. 
    Azioni dirette, senza delega, concrete e capaci di mostrare che è possibile prendere in mano il proprio destino, lottare contro i giganti dell'atomo e sconfiggerli, come a Scanzano Jonico e nei blocchi dei trasporti nucleari tra l'Italia e la Francia, dove gli anarchici erano in prima fila. 
    Ogni giorno gli anarchici partecipano alle lotte per difesa del territorio e per l'autogoverno, contro i padroni per la realizzazione di margini di autonomia dei lavoratori dalla schiavitù salariata, contro la guerra e le produzioni militari, per una società senza eserciti e frontiere, contro il razzismo, il sessimo, la guerra ai poveri e alle donne. 
    Gli anarchici, che subiscono lo sfruttamento e l'oppressione come tutti, a fianco di ogni altro sfruttato ed oppresso, si battono contro lo stato e il capitalismo per creare le condizioni per abbatterli, mirando a spezzare l'ordine materiale e, insieme, quello simbolico, consapevoli che non basta distruggere ma occorre saper costruire. Costruire senza timore che la casa venga abbattuta, sapendo che ogni spazio liberato, anche per pochi momenti, diviene luogo di sperimentazioni dove tanti assaporano il gusto di una libertà che non è astrazione poetica ma concreta edificazione di un ambito politico non statale. 
    Azioni che prefigurano sin da ora relazioni politiche e sociali di segno diverso, che non si limitano al "sogno di un'umanità libera dalla schiavitù" perché il percorso di libertà non è un "sogno" ma la scommessa quotidiana dentro le realtà sociali in cui siamo forzati a vivere e che vogliamo contribuire a cambiare. Non da soli. Mai da soli, perché l'umanità è fatta di persone in carne ed ossa, perché agire in nome di un'astratta "umanità" è tipico degli stati, delle religioni, persino del capitalismo che promette senza mantenere benessere e felicità. Non degli anarchici. 
    La pratica della libertà attraverso la libertà può essere contagiosa ma non si può certo imporre. 
    Gli estensori del comunicato rifuggono il "consenso" e cercano "complicità". Se ne infischiano del fine e pensano solo al mezzo, di fatto rinunciando ad ogni prospettiva di rivoluzione sociale anarchica. Il loro linguaggio e la loro pratica sono un cocktail di pratica avanguardista e retorica estetizzante. 
    Inevitabile che i media dessero loro ampio spazio, seguendo linee interpretative a volte divaricate, altre volte intrecciate. La maggior parte degli organi di informazione ha imbastito teoremi per mettere in relazione le lotte sociali e la FAI informale, in un rapporto quasi simbiotico. 
    Gli anarchici sono serrati in una morsa interpretativa: da un lato descritti come "terroristi" o loro tifosi, dall'altro come burocrati inoffensivi.
    Una morsa che probabilmente sarà gradita a chi si compiace del gesto, vi si appaga in un'estasi esistenziale in cui il bagliore di un attimo compensa il grigiore di una quotidianità spesa nel silenzio e nell'attesa di un'altra occasione per far salire l'adrenalina. "Per quanto lieve sia questo bagliore – scrivono – la qualità della vita ne sarà sempre arricchita". Tra un pacco postale e una pallottola alle gambe potranno crogiolarsi nella fama di carta che i media pagati da padroni e partiti vorranno regalare loro. 

    Al di là dell'uso mediatico dell'attentato ad Adinolfi, resta il dato politico del riproporsi di un avanguardismo armato, che oltre le seduzioni semantiche, ricalca una parabola da partitino autoritario, che culla l'illusione di potersi ergere a guida di quanti giudicano intollerabile il mondo dove viviamo. Non a caso al processo per le cosiddette "nuove BR", persone lontanissime dall'anarchismo hanno manifestato entusiasmo per l'attentato di Genova. È l'apoteosi del mezzo, che non si cura del fine. Una sorta di trasversalità dell'agire colma l'apparente distanza dei progetti. In realtà questa distanza si dissolve allorché questa pratica si sviluppa in opposizione alle lotte sociali, inevitabilmente costrette in quello che il nucleo "Olga" chiama "cittadinismo". Con questo termine bollano le lotte popolari che in questi anni, con crescente radicalità organizzativa hanno più volte messo in difficoltà i governi che si sono succeduti, ledendo gli interessi delle grandi imprese ed inaugurando pratiche di partecipazione certo non anarchiche ma sicuramente lontane dalla triste abitudine alla delega in bianco elettorale. 
    Fuori dalle lotte sociali cosa resta? Il partito, null'altro che il partito. Non a caso i fautori della federazione informale si sono dotati di una sigla-contenitore, riducendo il percorso di affinità alla pratica di azioni violente. Prescindiamo dal fatto banale – anche se grave – che in tal modo si offre una sponda ad infinite operazioni repressive basate su reati associativi. Andiamo oltre anche al rischio palese che un giorno o l'altro Stato o fascisti possano usare la sigla per scopi propri, utilizzando la sponda loro ingenuamente offerta. 
    Se l'esito è il partito, l'organizzazione che agisce dove altri non agirebbero, l'organizzazione che si pone in lotta privata con lo Stato e i padroni, allora quest'esito conduce direttamente fuori dall'anarchismo. 
    L'anarchismo è altrove. L'anarchismo non si impone, ma si propone. Ogni giorno, giorno dopo giorno, nell'auspicio che si fa agire concreto perché gli sfruttati, se vogliono, possono creare le condizioni per fare a meno di chi li sfrutta, perché gli oppressi, se vogliono, possono lottare per liberarsi da chi li opprime. È questione di pratica, di ginnastica della rivoluzione, di sperimentazione del possibile e del desiderabile, di messa in gioco quotidiana. 
    Nell'estasi superomista del gesto che appaga, scrivono con disprezzo che per gli anarchici sociali "unica bussola è il codice penale". Scrivono "costi quel che costi": gli anarchici il prezzo lo pagano ogni giorno. Anche, ma non è né un vanto né una lamentela, di fronte ai tribunali, che ci presentano il conto per le lotte cui partecipiamo. 

    Gli autori del comunicato usano il termine "federazione" ma riducono il federalismo alla relazione intangibile tra chi si riconosce nella pistola che spara o nel pacco che deflagra, non certo nella volontà di costruire un ambito di relazioni che si impegni a coniugare libertà ed organizzazione.
    I detrattori dell'anarchismo sostengono che è impossibile coniugare libertà e organizzazione, anarchia e organizzazione, poiché identificano l'organizzazione con la gerarchia, con lo Stato, con l'imposizione violenta di un ordine sociale che limita la libertà e trasforma l'uguaglianza in uno scheletro formale senza base materiale. 
    I sostenitori della democrazia parlamentare ritengono che la libertà vada limitata, perché, al di là della retorica sul potere popolare, non vedono la libertà come il segno distintivo di un'umanità che si emancipa dalla sottomissione ad un qualsivoglia ordine gerarchico, ma come pericolo da ingabbiare. Per i democratici l'unico modo di regolare i conflitti, la giungla sociale, è nell'imposizione violenta di regole fissate in base al principio di maggioranza. 
    Gli esponenti del nucleo Olga adottano la giungla sociale con cui gli Stati giustificano la loro esistenza, come puntello ad un agire per il gusto d'agire, un agire che rifugge con sdegno ogni riflessione sull'etica della responsabilità, sulla necessità morale e politica di costruire strade che tutti possano e vogliano percorrere. Un agire che basta a se stesso, senza alcuna attenzione a coloro, senza i quali, piaccia o non piaccia, si fa la guerra privata allo Stato, non la rivoluzione. Nel loro scritto proclamano "il piacere di aver realizzato pienamente e aver vissuto qui e oggi la ‘nostra' rivoluzione". In questo modo la rivoluzione sociale si riduce ad una pratica autoerotica in club privé. 

    L'anarchismo si è sempre basato sulla consapevolezza nello scegliersi azioni ed obiettivi, e sulla responsabilità personale nel perseguirle: esso rimanda sempre alla coscienza degli individui e alla interpretazione del momento storico in cui essi vivono.
    L'efficacia dell'azione diretta non viene espressa dal grado di violenza in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di indicare una strada praticabile da tutti, di costruire una forza collettiva in grado di ridurre la violenza al minimo livello possibile all'interno del processo di trasformazione rivoluzionaria.
    La violenza se eretta a sistema rigenera lo Stato. 

    La scommessa degli anarchici organizzatori è quella di costruire ambiti di relazione politica e sociale, che, con il loro stesso esistere, prefigurino relazioni sociali libere, dove il legame organizzativo amplifica la libertà del singolo. L'anarchismo sociale non è permeato da alcuna pretesa che esista la formula definitiva per la società anarchica, ma si interroga e interrogandosi prova a praticare una relazione tra diversi che miri alla sintesi possibile, nel rispetto delle differenze di ciascuno e ciascuna. Siamo consapevoli che solo una società omologata e, quindi, intrinsecamente autoritaria se non totalitaria, può immaginare di espungere il conflitto dalle relazioni sociali: per questa ragione consideriamo l'anarchia un orizzonte costantemente in costruzione, dove la rivoluzione sociale che abolisce la proprietà privata ed elimina il governo, è il primo passo non l'ultimo di un percorso di sperimentazione sociale, che è nostro sin da ora.

    I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Italiana riuniti a convegno il 2 e 3 giugno 2012
    http://www.federazioneanarchica.org

    • gaga scrive:

      Manca la risposta data da”uno della federazione originale” alla richiesta di “uno non della federazione orginale” di ricevere “il giornale della federazione originale” e magari il conseguente “micro comunicato della federazione originale” (perchè su quello non ci si sentiva evidentemente l esigenza di farne un documento politico,bastava una letterina di scusa formale)-

      • (A) scrive:

        pubblichiamo quello che riceviamo. abbiamo chiuso la polemica con un solo messaggio. non ci piacciono le polemiche. gli altri messaggi sono stati messi nei commenti. nessun commento è stato censurato. se vuoi vedere pubblicato un comunicato che manca, scrivi ad anarchaos o posta un commento e vedrai che sarà pubblicato.

        uno di anarchaos

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