Dopo lo sciopero: problemi da affrontare e occasioni da cogliere (di Cosimo Scarinzi)
Andare oltre i limiti degli apparati
tratto da Umanità Nova, del 6 febbraio 2011
http://www.umanitanova.org/n-3-anno-91/andare-oltre-i-limiti-degli-apparati
Lo sciopero di venerdì 28 è stato, in senso proprio, uno sciopero politico. Lo è stato perché, in forme diverse e su diversi terreni, poneva questioni generali, lo era perché serviva a misurare le forze in campo.
E questo è un primo problema, misurare le forze in campo più che dispiegare azioni offensive capaci di far male all’avversario.
La FIOM doveva confermare, e le è riuscito, il proprio essere il principale sindacato industriale del paese e, nel contempo, tenere aperta la dialettica con la CGIL, ed anche questa operazione le è riuscita.
In altri termini, la CGIL, per un verso, non ha sostenuto la FIOM in maniera forte e determinata, nell’unico modo che avrebbe avuto pienamente senso e cioè con lo sciopero generale ma non l’ha nemmeno “lasciata sola”.
Sui palchi dai quali si tenevano i comizi conclusivi erano presenti sia la FIOM che la CGIL cosa che ha permesso lo svolgimento dell’usuale rito della contestazione alla confederazione.
Nella piazza la CGIL ha garantito una presenza di delegati, lavoratori liberati dal lavoro mediante la convocazione di assemblee, pensionati.
Paradossalmente, lo sciopero generale indetto da parte del sindacalismo di base ha favorito la partecipazione al corteo di settori di lavoratori aderenti alla CGIL.
Una composizione politica e tecnica dei cortei, certo di quello di Torino – il più importante, relativamente “vecchia” su parole d’ordine, per molti versi, “moderate”.
Orgoglio e contraddizioni della CGIL esplicitamente esibiti dunque. La principale confederazione sindacale italiana ha schierato le truppe e le ha tenute rigorosamente calme.
Chi scrive non è portato a facili entusiasmi per le rivolte che si sviluppano nell’area meridionale del Mediterraneo ma non può che restare colpito dal fatto che, mentre a poche centinaia di chilometri infuria la rivolta, la working class italiana sembra (ancora per quanto?) un esercito disciplinato ed inquadrato.
Non un deficit di “organizzazione” ma, casomai, un eccesso di inquadramento, una capacità degli apparati di tenere sotto controllo la situazione.
Come abbiamo già avuto modo di rilevare, la sinistra politica si è collocata rispetto allo sciopero in maniera abbastanza canonica ed ha mostrato, ve ne fosse stato bisogno, tutta la sua debolezza.
Mentre il PD, nella sua componente maggioritaria, tiene aperta l’interlocuzione con Confindustria e si allinea alla posizione della direzione della CGIL, né potrebbe fare altrimenti nel momento in cui l’unica ipotesi politica praticabile sembra il fronte unito antiberlusconiano, la FIOM diventa punto di riferimento per la Federazione della Sinistra, SeL ed IdV che, d’altro canto, sulla piazza apparivano marginali e, soprattutto, inessenziali.
Non va però sottovalutato il fatto che il 28 gennaio sono scesi in piazza anche settori di movimento non riconducibili al circo equestre parlamentare e/o agli apparati sindacali. Per restare a Torino, i NO TAV, diversi coordinamenti di base di lavoratori dei comparti di avanguardia della fabbrica sociale, lavoratori della scuola e del pubblico impiego, studenti c’erano.
Dunque una domanda di estendere la mobilitazione, la richiesta di caricare la lotta di una dimensione politica e sociale, la volontà, nei limiti posti dalla fase, di agire.
Su questa domanda si deve ragionare e, soprattutto, lavorare. E anche su questo fronte ci sono problemi da affrontare, e in fretta, oltre che occasioni da cogliere.
Indubbiamente il sindacalismo di base ha svolto un ruolo inferiore, già lo rilevavamo, alle possibilità che pure vi erano.
È evidente che ha pesato la divisione interna a quest’area e la tendenza di ogni organizzazione a correre in proprio cercando la massima visibilità in quanto organizzazione.
Non credo certo che un cartello del sindacalismo di base avrebbe bilanciato – di per sé – l’egemonia CGIL ma certo avrebbe permesso di fungere da polo di aggregazione per settori più vasti dell’opposizione sociale e di rendere visibile una proposta propria incentrata su pochi ma chiari punti quali la battaglia per il reddito, la rivendicazione di una rottura dell’attuale gabbia corporativa che blocca il conflitto, la rivendicazione della libertà sindacale.
Scontiamo, insomma, e non è una novità un deficit di elaborazione e di comprensione dei termini reali della partita che stiamo giocando ed una tendenza a tenersi allo spazio faticosamente delimitato negli anni come se l’accumulo di forze non dovesse servire ad essere speso generosamente nella radicalizzazione della lotta e servisse solo a fondare un ruolo dei diversi micro gruppi dirigenti fra di loro concorrenti.
Ancora una volta, solo l’irrompere sulla scena pubblica di settori ampi della nostra classe può determinare la possibilità di scuotere gli alberelli sui quali si avvinghiano i bradipi della lotta di classe al rallentatore.
Si tratta, in ogni caso, di legare l’iniziativa che costruiamo sul terreno del conflitto industriale a quanto si va sviluppando fra i lavoratori e le lavoratrici immigrati, ai movimenti per la difesa dei beni comuni, alle lotte per la libertà di organizzazione e di espressione e per farlo è necessaria una capacità di interlocuzione ampia e senza chiusure preliminari.
Il 28 è stata, insomma, un’occasione usata solo parzialmente ma anche un momento nel quale la presenza fisica, massiccia, forte della nostra classe si è data.
Si tratta di regolarci tenendo conto dello sviluppo della contraddizione di classe e della sua obiettiva radicalità sapendo andare oltre i limiti posti dagli apparati e, nello stesso, tempo, colpendo con forza gli snodi della produzione e riproduzione sociale.
Cosimo Scarinzi


