Lo scrittore e l’impegno (di Jesùs Sepulveda – traduzione di David Hauser)
Testo letto nella Sala delle Adunanze della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia, l’8 Settembre 2010. Il tema della conferenza era: Letteratura e impegno
Julio Cortázar scherzava dicendo che era già sposato quando gli chiedevano circa quel problemino dell’impegno. Chiariva comunque che l’impegno dello scrittore era duplice: da un lato deve dare tutto ciò che può alla letteratura senza concessioni, e dal altro deve dimostrare un impegno etico nella sua condotta individuale.
Riconosceva comunque che vi sono stati degli scrittori eccellenti che, “nonostante fossero dei perfetti reazionari, che, nel caso dell’America latina hanno appoggiato le nostre peggiori dittature militari”, sperimentarono magistralmente con la forma e col linguaggio. Forse Borges era uno di questi casi. Forse no.
L’avanguardia storica ha canonizzato un lungo dibattito intorno al tema dell’“arte per l’arte” e dell’”arte impegnata”. La forma che sta al di sopra del messaggio o viceversa era il fulcro di queste discussioni bizantine. La guerra fredda ha dinamizzato questa discussione costringendo molti scrittori ad adottare proposte formaliste o a scrivere opuscoli cui risultati trascendevano solo in pochi e fortunati occasioni – e nemmeno tanti – i propri postulati. Tale è il caso di Eliot e i suoi Quattro Quartetti e il realismo socialista di Neruda, che culmina in un lungo periodo di militanza letteraria con il suo libro Nixoncidio e la imprecazione contro rivoluzione cilena.
Anni prima del trionfo elettorale della Unidad Popular e della brevissima via cilena verso il socialismo, e dopo Auschwitz, cui orrore ha portato Adorno a dichiarare lapidariamente che non era più possibile scrivere delle poesie, la scuola di Francoforte revisionò il problema chiarendo che la forma estetica contiene la sua storia; vale a dire, il suo contesto e le sue problematiche. In questo modo, la distinzione fra forma e contenuto non è reale perché il contenuto è presente nella forma. Ma la forma è anche l’estensione del contenuto, visto che, come segnala Robert Creeley: “Senza contenuti rimaniamo muti”.
Da un punto di vista teorico, Adorno propone che la forma e il contenuto sono aspetti differenti di un’unica realtà estetica, anche se si mediano a vicenda in un rapporto interdipendente e inestricabile. Tale rapporto fa sì che tanto la letteratura quanto l’arte tengano una relazione con la società. L’arte, dice Adorno, e di conseguenza la letteratura, partecipano alla politica, anche se sono opere cui esplicito proposito è apolitico. La liberazione moderna de la forma è, quindi, una liberazione sociale e formale, ciò che permette che vi siano autori formalmente liberatori ma socialmente reazionari.
Forse un chiaro esempio di questo sono Marinetti e Mayakovski, i quali esaltarono rispettivamente la guerra e la tecnologia mentre sperimentavano in contemporanea con la forma. È anche probabile che entrambi gli autori vedevano se stessi come scrittori impegnati nelle loro rispettive cause politiche, anche se entrambi stettero ai due poli opposti dello spettro ideologico del violento XX secolo.
Fra gli anni quaranta e sessanta, Jean Paul Sartre elaborò un corpo metodologico intorno alla nozione di impegno. Chiedendosi cosa fosse la letteratura Sartre vincola l’impegno con la responsabilità e la libertà con la scelta, stabilendo così chiaramente che la scrittura è uno strumento d’intervento politico. “Solo l’uomo impegnato può essere libero”. E questo impegno è una forma di radicamento ma anche di divenire storico.
Vuol dire che l’essere è un soggetto storico quando si impegna. In questo modo, Sartre quando combatte contro l’idea della scrittura come esercizio neutrale e estetico che l’universalismo borghese stava proponendo a partire dal romanticismo ottocentesco, indicando che l’intellettuale – questo tecnico del sapere pratico, per dirlo con Hegel, che è diventato tale attraverso la sua “coscienza infelice” – deve impegnarsi nel suo tempo. Scrivere per i contemporanei implica quindi scrivere per il qui ed ora in un linguaggio attuale che affronta i conflitti dell’epoca. Implica “mostrare, dimostrare, rappresentare, [perché] questo è l’impegno”, dando una prospettiva concreta attraverso una situazione peculiare e determinata.
Tale situazione è la realtà storica che ci intrappola, diventando a volte una gabbia invisibile che imprigiona l’immaginazione e la fantasia. Impegnarsi significa quindi incrinare il manto della realtà per fare sì che questa offra più possibilità e situazioni possibili, lasciando in mano ai nostri contemporanei la capacità di scegliere quale percorso adottare e seguire. Lo scrittore impegnato non è un creatore di dogmi ma un distruttore di prigioni e manicomi, che razzola nelle sue macerie per tirar fuori quello che serve in virtù del nuovo edificio che pretende costruire; così i sopravvissuti delle catastrofi storiche decidono costruire una nuova cittadina che possa essere verde come un ecovillaggio. L’Europa è un caso concreto.
Sappiamo che Dresda ha innalzato le sue mura dopo il bomardamento. Il Giappone è un altro esempio, che Mishima denunciò dalla prospettiva di un samurai, in cui vedeva crollare il suo mondo imperiale davanti ai centri commerciali dell’occidente. O Nanao Sakaki che, da una prospettiva ambientalista, augurò gli effetti alienanti e devastanti della modernità esportata all’isola del sol levante.
L’impegno non è sempre ne univoco ne lineare, e nell’ambito della politica – che inevitabilmente divide il mondo anche se è indivisibile – ci sono tanti spioncini attraverso i quali si può guardare. Quanto detto prima comporta un altra domanda: da dove si scrive?
Gramsci propose che l’intellettuale organico assumesse una posizione funzionale per la classe dirigente dalla sua posizione privilegiata. Tale intellettuale è, perciò, un tecnocrate complice che elabora discorsi protezionistici e riproduttori dell’egemonia ideologica, promuovendo l’ordine stabilito o falsificando le sue critiche al sistema che otterranno solo un effetto di contestazione. Questa percezione si barrica nel mercato ma anche nell’accademia e nella stampa informativa, negando o ignorando che vi siano conflitti latenti dove pulsano immagini del mondo antagonistiche e divergenti.
I romanzieri complici con il commercio editoriale non solo tendono a rappresentare un mondo adeguato alla realtà presente, ma la stimolano anche tenendo le redini dell’immaginazione al fine di compiacere ai lettori contemporanei che consumano la letteratura spazzatura.
I poeti premi Nobel lasciano che cada l’alloro dalle loro teste per cantare le lodi ai dirigenti di turno che compiono il ruolo antico dei patroni.
Gli sceneggiatori intrattengono il pubblico con telenovelle di facile fattura, che poi vengono portati agli schermi senz’altro fine che il profitto.
I saggisti creano impalcature sovraffollate di eufemismi complicate che diventano la materia di eruditi, rinforzando le differenze sociali e, en passant, teorizzando sul nulla.
I giornalisti lasciano che gli editori censurano le loro penne senz’altra consolazione che quella di vedere il proprio nome sulla stampa locale.
Tutti questi scrittori classici, per dirlo con Sartre, sono complici del mondo nel quale viviamo perché le loro penne o tastiere lasciano intatti i muri civilizzatori che gli danno il fondo delle rispettive scene che devono animare. Parafrasando Sartre, possiamo dire che non serve a niente la denuncia universitaria dell’invasione nell’Iraq o nell’Afghanistan (anche se lui si riferiva alla guerra del Vietnam) se sono queste stesse università a formare i nuovi cervelli del sistema che lavoreranno nelle banche e apriranno i negozi della standardizzazione.
Il compiacimento è il motore degli scrittori complici. Isabel Allende, che ha appena ricevuto il Premio Nazionale della Letteratura in Cile ha cambiato la sua opinione pubblica rispetto al presidente Sebastián Piñera, uno dei quattro uomini più ricchi del Cile e membro del partito di destra Renovación Nacional, dicendo che è un uomo dalle buone intenzioni che fa bene il suo lavoro.
Sartre rifiutò il Premio Nobel della Letteratura perché lo considerava un premio politico di cooptazione degli scrittori ribelli del sistema. Così lo intese anche Elena Poniatowska, che dopo aver pubblicato con successo commerciale La noche de Tlatelolco per denunciare il massacro del 1968 nella Città del Messico, rifiutò il premio Xavier Villaurrutia perché riteneva inaccettabile la premiazione da parte del governo che aveva massacrato i suoi compaesani e che lei aveva denunciato. La coerenza è il motore degli scrittori impegnati.
Così come Simone de Beauvoir e altre scrittrici del XX secolo hanno ampliato la nozione di impegno all’ambito del genere, sottolineando una delle carenze dei discorsi liberatori del XX secolo e agitando la coscienza intellettuale dei suoi contemporanei, ogni scrittore apporta una prospettiva peculiare e specifico per ampliare il manto della realtà che conforma le circostanze. Per questo è necessario distinguere la preoccupazione di ogni epoca e le sue problematiche.
Vandana Shiva, per esempio, ha scritto dalla sua posizione di investigatrice per denunciare la guerra dell’acqua nel contesto corporativo mondiale. Roberto Bolaño, d’altro canto, si era riferito ai massacri in Juárez al confine Messico-statunitense attraverso la saga narrativa dello scrittore Beno von Archimboldi. Le forme e strategie di scrittura possono variare, pero le problematiche contemporanee sono le stesse, anche se si diversificano in un ampio ventaglio di situazioni.
La condizione del mondo attuale richiede dagli scrittori che affrontino la loro posizione di impegno dei discorsi emancipatori non solo dal punto di vista sociale ma anche – e necessariamente – ambientalista. Forse la prospettiva biocentrica sarà la più radicale che è mai apparsa in questo secolo che sta cominciando, rimpiazzando l’umanesimo antropocentrico che ha portato la illustrazione e le forme progressiste del pensiero moderno. Forse in cambio del paradigma verso una prospettiva biocentrica permetterà alla specie umana di sopravvivere all’imminente catastrofe ambientale che il complesso petro-industriale sta generando.
Sarà quindi compito del occhio impegnato di un nuovo tipo di scrittore di immaginare nuovi mondi possibili, senza esclusioni e gerarchie che oggigiorno già conosciamo.
Jesús Sepúlveda, scrittore Cileno.


